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lunedì 12 maggio 2008

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Tuglie...per raccontar paese...Giuseppe Ria

Giuseppe Ria,
un medico tugliese nella Napoli di fine Ottocento

La vita di Giuseppe Ria si identifica quasi unicamente con la sua attività professionale. Ricordarla significa però lumeggiare i meriti di una personalità di notevole rilievo e tracciare, in parte, un capitolo di storia della cultura scientifica meridionale.
Giuseppe Beniamino Leonardo Ria (così all'anagrafe) nacque in Tuglie, "alle ore due della notte" com'è registrato nell'atto di nascita, il 19 febbraio 1839, da Franco e Giuseppa Picciolo. Compì i suoi primi studi, com'egli stesso ricorda fuggevolmente in una sua opera, a Nardò ("nel Collegio della mia educazione letteraria"); poi, dalla periferica provincia salentina, si trasferì a Napoli, studente del Collegio medico. La medicina era una delle professioni prestigiose alle quali la borghesia terriera avviava i propri figli.

Nel periodo trascorso nel Collegio medico, Ria ebbe modo di partecipare alle aspirazioni all'unità italiana, come ricordava un testimone a lui vicino: "Studente nel Collegio medico sentiste il fuoco della libertà che pervase tutte le menti nei tempi in cui l'unità italiana si sospirava ed insieme con altri valenti convittori foste rinchiuso in carcere". Si capisce da questo che tra gli amici del Ria ci sarebbe stato in seguito un personaggio come il gallipolino Emanuele Barba.
A Napoli, conseguita la laurea in medicina, Ria riuscì a farsi notare per il proprio ingegno; e attraverso concorsi vinti brillantemente egli si sarebbe assicurata una solida fama. A trent'anni, nel 1869-70, era Medico Assistente del prof. Cardarelli nell'ospedale Gesù Maria; sarebbe diventato, in seguito, Professore pareggiato di Farmacologia e di Clinica Medica nella Regia Università di Napoli, Docente libero di Terapia Clinica, Medico Ordinario nell'Ospedale Incurabili. Fu socio onorario della Regia Accademia medico-chirurgica di Napoli.
Il successo non gli fece mai perdere quell'equilibrio e quella disponibilità verso colleghi e discepoli che furono una caratteristica rilevante del suo insegnamento. Dirigeva una rivista medica, Gl'Incurabili, in cui oltre a stampare i propri studi accoglieva quelli dei suoi allievi più promettenti.
La sua vita familiare (aveva sposato Giulia De Filippis) fu turbata dalla morte di due dei suoi figli, ch'egli ricordava nella dedica a stampa del volume La Idroterapia del Medico ("… miei due cari figliuoli / Elisa e Franchino / crudelmente rapiti alla dolcezza dei paterni amplessi").
Come in tanti medici-scienziati del medio e secondo Ottocento, anche in Ria emerge una forte componente pedagogica. Egli ha l'orgoglio della sua scuola, ma sa che quell'orgoglio dev'essere costruito su un lavoro assiduo, su un progresso costante delle conoscenze. Non basta essere 'tecnici' in una disciplina: occorre essere soprattutto 'maestri'. L'insegnamento è un apostolato, l'istruzione è educazione: "… un insegnamento qualsiasi debb'essere sempre un apostolato, e se così non è, esso precipita dal suo elevato ambiente, si confonde col mestiere e la scuola perde la nobiltà della sua missione. La scuola è sempre, nel mio modo d'intenderla, istruzione ed educazione. Se nella scuola di coltura generica si dee istruire la mente del giovanetto ed educare il suo cuore, anche negli studi superiori s'istruisce la mente e si educa il cuore del giovane, quando gli si dimostra la bontà della disciplina, alla quale egli dedica la sua attività scientifica; quando gli si palesa il modo migliore d'insegnarla e quando gli si dice il modo più corretto di esercitarla".
L'insegnamento impartito nelle aule universitarie, Ria lo raccoglie pubblicando le proprie lezioni. La sua prosa scientifica inclina talvolta al gusto della citazione letteraria (Ria è lettore degli autori del suo tempo e ha un solido bagaglio di cultura classico-umanistica), e questo in conformità al profilo del medico umanista rimasto vivo a lungo nella tradizione meridionale,
Rivendicava, contro coloro che vedevano negli studiosi stranieri i precursori di ogni progresso scientifico, anticipazioni e risultati di studiosi italiani, e guardava ad esempi della scuola napoletana. All'occorrenza, con legittimo orgoglio ricordava anche il proprio lavoro: "… mi sono dato opera da un decennio a questa via (1869) di fondare lo studio della Terapia clinica, cioè, di studiare con una storia critica sull'infermo di un dato morbo i vari metodi proposti per questo, e seguire l'infermo sino alla guarigione o sino al tavolo anatomico"; e, ancora: "Ne cominciai lo studio sin dal 1869 sul Gesummaria ov'era Medico assistente del Prof. Cardarelli; e nel 1875 pubblicai il Saggio di Terapia speciale, che è stato nella letteratura medica italiana il primo tentativo di un'opera in questo genere. Vedo con soddisfazione che questo studio ora viene pure imitato da altri".
Lo ricorderà ancora più tardi, quando rievocherà le tappe salienti della propria carriera: "Sino dal 1868 io colla veste d'insegnante privato (secondo che intendevasi allora il glorioso insegnamento privato napoletano) cominciai a dettare Farmacologia per diletto anziché per lo scopo di una carriera scientifica in siffatta disciplina. Era invece ed è oggetto dei miei studi la Clinica, che dall'anno scolastico 1870 sostengo con ogni lavoro e predilezione. In quei tempi fui il solo ed il primo insegnante privato di Farmacologia, né seppi mai che altri prima di me avesse esercitato da privato un tale insegnamento. Venuta la legge del 30 maggio 1875 sulla libera Docenza, fui il primo ad ottenerla per titoli in questa disciplina (come pure ebbi quella della Clinica medica) e continuai a possedere una scuola, che fu sempre numerosissima per benevolenza dei Giovani verso di me anziché per merito mio verso di loro. Nell'83 mi accomiatai da quello insegnamento di Farmacologia, che pur m'aveva dato lavoro ed onore per dedicarmi tutto a quello della Clinica".
Partecipava ai Congressi scientifici e ne scriveva "sotto l'impeto delle provate impressioni" per farne una disamina critica, ma cogliendo -anche - certi aspetti legati ai contrasti dell'ambiente scientifico. Pungente, sotto questa angolatura, è il resoconto sul Congresso di medicina tenuto in Roma nel 1883.
Poiché gli stava a cuore un insegnamento rigorosamente fondato, insorgeva contro gli esami (la "commedia degli esami"!) che, a parer suo, non garantivano a sufficienza né l'esaminando né l'esaminatore né la scuola stessa.
Attento e vivace, Ria porta un contributo rilevante al progresso della scienza (con anticipatrici tecniche terapeutiche nella cura del tifo) e al progresso della società. Quello della scienza non può essere un mondo separato dalla vita reale e lo scienziato non dimentica mai d'essere anche un 'cittadino'. Non meraviglia perciò che il suo distinguere, sul piano professionale, scienza da ciarlataneria e, sul piano politico-sociale, il suo muovere dure critiche alle istituzioni pubbliche quando queste appaiano dimentiche del proprio compito.
Nel campo degli studi medici il Ria elogia un moderato empirismo, ha fede nell'evoluzionismo, respinge dalla diagnosi di una malattia ciò che non scaturisca dalla conoscenza profonda della situazione del malato e sia invece frutto di un sopravvivente dogmatismo. La scienza, egli credeva fermamente, non è oracolarità: lo stesso eventuale errore diagnostico diventava fonte di esperienza.
Nel 1907 l'Associazione dei Liberi Docenti della Regia Università e degli Istituti Superiori volle festeggiare Ria, che ne era il Presidente. All'omaggio parteciparono colleghi ed ex-allievi, le cui testimonianze sono il più bell'elogio del metodo del Maestro e della validità del suo insegnamento.
Circondato dall'affetto di familiari e discepoli anche dopo il ritiro dall'insegnamento, Giuseppe Ria moriva, nella sua casa napoletana sita al n. 61 di Via Duomo, il 23 novembre 1926. Vasta la sua bibliografia, di cui si ricordano qui solo alcuni titoli per esempio: Lettere storico-cliniche del colera nella Sezione Vicaria dirette al Cav. Giuseppe Biondi professore in Medicina dal Dott. Giuseppe Ria, Napoli, Stamperia dell'Industria, 1866 (ora in nuova edizione a cura e con una nota introduttiva di Luigi Scorrano, Manduria, Barbieri, 1997); La Idroterapia del medico moderno studiata secondo la fisiologia e la Clinica, Napoli, Stabilimento Tipografico dell'Ancora, 1874; Storie cliniche, Napoli, Stabilimento Tipografico dell'Ancora, 1880; Studi di Clinica Medica e Terapia Clinica (dodici volumi tra il 1886 e il 1910). Le affettuose testimonianze di colleghi ed allievi si possono leggere in Premio Ria. Album, Napoli, Stabilimento Tipografico M. D'Auria, s. a. (ma 1911).

                                                            Luigi Scorrano

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