Tuglie...per raccontar paese...
 
Tuglie...per raccontar paese...


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Tuglie...per raccontar paese...Louis Imperiale e i suoi ricordi
Quando la vita ci racconta i nostri Natali....

XIV Annual Conference of the International Society for Luso-Hispanic Humor Studies
http://cas.umkc.edu/foreignlanguages/islhhs/
 
Tanti amici lettori penseranno, come a volte occorre nell'opera di Borges, che queste mie riflessioni sui Natali della mia infanzia saranno piuttosto vaghe, altri diranno, ambigue o indeterminate. C'è perfino chi osserverà che ho scritto molto o, al contrario, che avrei dovuto raccontare di più. Altri ancora giudicheranno che non c'è da fidarsi perché manca un minimo di sincerità: l'evocazione del mio passato potrebbe perfino essere erronea. Eppure non si può suggerire un'adolescenza dimezzata soltanto con la memoria ma piuttosto, come faceva Proust con la sua Madeleine, ricorrendo a un sapore, un sentimento, una melodia, un'immagine che balza spontaneamente. Ricordare diventa tutto sommato un'equazione di carne e di sangue. Ricordo con tutto il corpo. Con le mani che impararono a scrivere, coi piedi che diedero i primi passi, con gli occhi che rimasero aperti a tante scene quotidiane. Quando incomincio a ritrovare le mie parole e decifrare i miei silenzi scopro ad un tratto che non sto raccontando la mia vita ma è proprio la mia vita che mi racconta. Sembra molto astratto? Vediamo. Eccoci giunti di nuovo alle feste natalizie. Quest'anno ancora i negozi saranno affollati di padri eccitati che giocheranno la commedia della generosità annuale. Malgrado le guerre, la violenza urbana, il terrorismo, l'antrace, la politica, l'inquinamento, le tasse, gli incidenti stradali, l'inflazione, gli scioperi, il colesterolo, l'obesità, l'esplosione demografica, l'ipertensione arteriale, la fame nel mondo, la febbre edilizia, la corruzione, gli ingorghi, la svalutazione monetaria e il ritmo frenetico della vita postmoderna fra poco varcheremo il 2002.
Il mio ultimo Natale trascorso a Tuglie risale al 1958. Quando si radunava la banda della Croce con Livio Calò, Franco Leopizzi, Silvio Mottura, Aldo e Giuseppe Solida e tanti altri amici dimenticati dopo regali perla mia infanzia. Ricordo ancora che fu un'epoca fortemente, esclusivamente bellica: sparavo tra gli arbusti in cerbottane fatte all'ultimo momento, mi acquattavo dietro le rade macchine posteggiate facendo fuoco col mio fucile a ripetizione, guidavo assalti all'arma bianca sulle Mute Terre, mi perdevo in battaglie sanguinosissime. Mobilitavo anche le vestigia dell'orsacchiotto e le bambole della sorella. Sparavo e facevo pum con la bocca e scoprivo che il gioco lo creavo io per quel che vi inserivo, non per quel che vi trovavo di confezionato. Niente giocattoli dunque. Immaginavo guerre molto complesse in cui la verità non stava mai da una parte. Inventavo situazioni, un insieme di rapporti, alleanze e posizioni strategiche. Combattevo contro altri ragazzi, la prima volta ebbi paura e scappai, la seconda rompemmo il vetro della porta di casa, la terza mi presi un sasso sul labbro e ancora adesso ho come un nodulo dentro che si sente con la lingua. Poi venne la Befana con una penna stilografica e due quaderni. Da questi giochi improvvisati di guerre virtuali è venuto fuori un uomo che è riuscito a vivere fino adesso dedicandosi a severi studi letterari e filologici e all'insegnamento universitario di lingue romanze. Sono ormai trascorsi molti anni da quando un giorno di agosto del '59 persi il mio paese. Non vorrei convertire questo mio scritto in una valle di lacrime però riecheggia sempre nel ricordo una patetica nota di nostalgia. Abitavo precisamente sulla Croce prima dell'esilio; quando la via Enrico Toti era ancora una corte; quando andavo dalle suore "Figlie di S. Anna"; quando camminavo lungo la ferrovia bagnata di pioggia a raccogliere le "moniceddhe" e le "cozze piccinne"; quando, a luglio, abitavamo "allu furneddu"; quando girovagavo di notte cupa sulle "macchie" e fischiavo per reprimere le mie paure; quando ungevo i fichi sull'albero con l'olio per farli maturare più presto; quando indossavo il grembiule nero con colletto bianco e nastro azzurro; quando andavo a fare il barbiere nel salone di "Mesciu 'Mpeu"; quando, chierichetto, servivo a messa pronunciando parole misteriose Ad Deum qui laetificat juventutem meam ; quando sulla bicicletta di mio padre cantavo a squarciagola Zumpa Giuvanna s'ha ruttu lu scarfalettu...;
quando, a scuola, ricevevo le steccate del maestro Luigi Saccomanno per non rimanere zitto (pizzaca!); quando, incredulo, non capivo come mai qualcuno potesse morire e accompagnavo stoicamente l'incognito defunto al cimitero come se fosse un parente stretto; quando non ero conscio dei miei molti difetti e ancora pochi meriti.Ogni tanto mi sorprendo a dare uno sguardo furtivo ad un testo scolastico, conservato ancora tra i volumi della mia biblioteca: Mamma - II libro per la 1a classe elementare (Milano, Aristea Editrice, senza anno di pubblicazione), scritto da Bruno Vaccari, il pedagogo, e rilegato da Esterina Romano Imperiale, mia madre. Ottobre del 56. Il volume non si trovava più in vendita, la mamma l'aveva acquistato usato, in pessime condizioni e l'aveva tutto ricucito. Questo libro, sebbene molto imperfetto, assume un valore fondamentale perché stabilisce la frontiera tra il dolce paradiso della nostra ignoranza e il mondo rigido dell'istruzione. Cortese lettore, come avrai capito benissimo, non possiamo costruire un futuro stabile se non guardiamo verso il nostro passato. La realtà quotidiana del mio paese terminò quella mattina d'agosto del '59. Pioveva a dirotto e il mio destino sembrava cupo come quelle nuvole che scaricavano tutta l'acqua sulle nostre valigie inzuppate. Perfino il cielo sembrava piangere. La mattina dopo, con un Bonjour tout le monde! iniziava un altro capitolo della mia vita. Mi sono sempre considerato straniero in questo classico itinerario dell'emigrante che abbandona tutto per rincominciare la sua vita altrove. Un po' come un pellegrino senza santuario. Il mio modo di pensare ancora oggi è tipicamente dialettale, forse con un dialetto corrotto da molte altre lingue, ma continua ad essere il tugliese la mia forma di concepire il mondo. Straniero mi sentirò sempre, perché ho smesso di guardare la realtà da un solo lato: "Je" est un autre, diceva Rimbaud. La lontananza ci fa vedere le cose differentemente: il colore delle nostre campagne, l'atmosfera delle vie, gli odori del mercato, l'allegria delle feste e l'affabilità della nostra gente. Il mio cambio radicale incominciò proprio in Francia: dalla quarta elementare, classe nella quale ero stato promosso a Tuglie, mi ritrovai sui banchi della prima. Era come il gioco dell'Oca d'improvviso rincominciavi tutto da capo. Ironia del fato? Scherzo del destino? I maestri francesi mi parlavano di nos ancétres les Gaulois, Giovanna d'Arco, les Guerres de Religion, di liberté, égalité et fraternité e des droits de l'homme ma a me piacevano i giornalini comprati sulla piazza di Tuglie: Capitan Miki e Blek Macigno, Tex il Ranger Solitario e Akim e perfino lo scapigliato Paperino della mitica ménagerie di Walt Disney. Così incominciò il mio bilinguismo involontario: a scuola ero Francese, a casa ineluttabilmente Tugliese. La mia identità culturale si alterò, già non ero più Luigi Imperiale, mi chiamavano Louis Imperiale. Eppure oggi quando parlo con i miei, il dialetto rimane il cordone ombelicale che ci riallaccia alla Madre Terra. "La palabra es nuestra morada, scrive Octavio Paz, en ella nacimos y en ella moriremos".
Tutto sommato, non potrò mai ovviare l'educazione ricevuta in Francia e le opportunità che ho avuto di studiare non soltanto le lingue straniere ma anche la musica. La vita mi ha dato moltissime soddisfazioni e grate sorprese. Ho viaggiato per il mondo e il mio Angelo Custode ha saputo guidarmi mantenendo sempre gli occhi aperti. Ho navigato su vasti oceani, visitato remote terre, cristiane, maomettane, ebree, buddistiche e pagane, ho conosciuto la giungla brasiliana, i canali di Patagonia, l'Isola del Diavolo, l'arcipelago delle Galapagos, i fiumi infiniti e le romantiche scogliere. Ma non ho mai dimenticato le mie radici del Salente, in riva al mar Jonio. Altri viaggi, non meno affascinanti, si sono svolti nei labirinti delle biblioteche e dei musei dove tuttora si conserva l'immenso patrimonio umanistico e scientifico. Perfino le basiliche e le cattedrali sono diventate per me vaste enciclopedie di pietre. Dopo i quindici anni trascorsi in Francia, ne passai dodici a Porto Rico, terra dell'estate eterna, Borinquen la chiamavano i Taini, regno del salsero e dell'umile Jibarito. Mi ambientai ad un'altra realtà, ad altri suoni, altre fisionomie, altre lingue. La mentalità del Portoricano, di cultura ispano-afro-antigliana, presenta molte analogie con quella del meridionale. Perfino l'architettura urbana mi ricorda certi rioni dei nostri paesi. L'influenza dell'impero di Carlo V si fa ancor sentire dal Capo di Leuca allo Stretto di Magellano. A San Juan, sul campus di Rio Piedras, mi iniziai ai classici della letteratura iberica e ibero-americana. Entrarono alla rinfusa nella mia mente, Quevedo e Cortàzar,Fernando de Rojas e Gabriel Garcia Màrques, Garcilaso de la Vega e José Marti, Don Juan Manuel e Carlos Fuentes, Santa Teresa d'Avila e Isabel Allende, Cervantes e Mario Vargas Llosa, Calderón de la Barca e Juan Rulfo, San Giovanni della Croce e Pablo Neruda, Luis de Góngora e Sor Juana Inés de la Cruz, Juan Goytisolo ed Elena Poniatowska... Mentre a l’Alliance Francaise insegnavo la lingua di Molière, parlavo del Siècle des Lumières, commentavo versi dei simbolisti ed analizzavo l'esistenzialismo sartriano. Una volta tanto mi capitava d'impartire qualche corso di lingua e civiltà italiana all'università Interamericana. Se considero gli anni della mia vita, mi accorgo che ho trascorso la maggior parte del tempo parlando altre lingue: il francese, lo spagnolo, l'inglese. Attualmente risiedo a Kansas City nell'immensa prateria del Midwest, e sono docente di lingue e letterature romanze all'università statale del Missouri. Mi dedico soprattutto ad insegnare la letteratura picaresca, la poesia mistica, il Chisciotte, la Comedia del Siglo de Oro e la poesia pastorale. Gran parte del mio tempo lo trascorro in biblioteca -a respirare polvere- scrivendo saggi, articoli e studi di critica letteraria in varie lingue ma, purtroppo, quasi niente in italiano. Anche mia moglie, Tessy, insegna alla facoltà di lettere. Sebbene i miei figli, Lorena, Stefano e Fabio, parlino l'inglese, lo spagnolo e il francese, capiscono abbastanza l'italiano e possono pronunciare anche qualche frase in tugliese. Mi sentono ancora parlare in dialetto con la nonna Esterina e capiscono tutto. Nella ricorrenza delle feste natalizie, adorniamo la casa con l'abete, il presepio ed altri adorni confezionati da noi stessi. Ci rimettiamo a cantare il classico Tu scendi dalle stelle ed altre melodie che suggeriscono amore, serenità, armonia e pace a tutta l'umanità. Tessy, autentico cordon bleu, cucina le pucce, le pittule, le pitteddhe, li taraddhi e li purciaddhuzzi. Il panettone e altri dolci stagionali non mancano mai. Sebbene osserviamo la venuta di Babbo Natale (Santa Claus) con giocattoli e dolci, non perdiamo mai l'occasione di celebrare l'Epifania e i re Magi, con altri regali che ostentano la generosità dell'affabile vecchietta, quella che veniva con una penna e due quaderni. Non dimentichiamo il significato fondamentale del Santo Natale, festa cattolica (nel senso di universale) che ci motiva a raccoglierci in chiesa per commemorare, non un' operazione commerciale, bensì un evento meraviglioso: la nascita del Salvatore. A Kansas City, non si celebra una messa in italiano, ma quella bilingue (spagnolo/inglese) di mezzanotte raggruppa molti fedeli che rimangono con la speranza che l'anno seguente porterà loro più giudizio e meno odio. Ho cercato di riassumere succintamente in questo spazio testuale l'itinerario di quaranta anni di vagabondaggio rammentando tra vicende esistenziali e feste natalizie brevi ricordi sospesi nel tempo. Forse la virtù più bella che mi ha insegnato la vita è stata la tolleranza. Ho imparato a vivere con tante comunità etnico-religiose, a comunicare con loro, ad accettarle ed essere accettato. Sarebbe forse il messaggio più idoneo di questa fine d'anno: imparare a tollerare.

 Louis Imperiale

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