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lunedì 12 maggio 2008

Tuglie...per raccontar paese...


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Tuglie...per raccontar paese...Rosa Parata

Rosa Parata

Quel piccolo triangolo equilatero era il suo salotto. Lo era diventato dopo, quando i clienti non sgusciavano più, di soppiatto e a notte fonda, a trovarla nel suo appartamento "alla via te sotta", che poi era quella incantata via XXIV Maggio, un distillato di memorie che racchiudeva di uomini e di usi di abitare del paese. Col passar delle stagioni e col traslocare le rughe delle "pucce" al suo viso, s'erano rarefatte le ragioni del suo scambiarsi fra quattro mura gli uomini del paese. Ora andava lei a cercarli. E non potendo recarcisi di casa in casa, quasi a storicizzare il controesodo, dava appuntamento in quel fazzoletto di marciapiede dove troneggiava la fontana pubblica, abbeveratoio umano e no, a ridosso della piazza ma da essa pudicamente discosta.
Aveva, quello zampillare ininterrotto, un che di animistico e di sguaiato insieme. Per il suo antico mestiere l'acqua ricopriva un duplice significato di lavacro igienico e di emendamento dal peccato. L'acqua era il suo passaporto tanto per guardare diritto in faccia e negli occhi le donne e gli uomini-  era l'unica nel paese cui era consentito di farlo, le altre donne a testa bassa ingoffite nelle gramaglie- quanto per farsene una bandiera.

La cosa che ricordo di più di quel suo tramonto idrofilo era il sorriso a maglie larghe, sgangherato e clownesco, fiducioso, attrattivo, complice. Le sostavano tutti intorno, anche i bambini a ridosso di quella fontana, attratti da quella babilonia di colori. E lei, immancabilmente, "che bello che sei", sussurrava spalancando quella bocca carminio di antiche voluttà, quasi a rinfrancare l'ospite più che a proporgli improbabili amplessi. Era anche questo un continuum del suo antico donarsi, senza riserve.
Eppure quanti ostracismi, quante beffe, specialmente di noi ragazzi, intorno agli anni 50. Di giorno lei attraversava il paese da cima a fondo, sempre in mezzo alla strada, indisturbata, anzi ostentatamente invisibile agli stessi uomini che le erano più devoti. Ma di notte, andando noi in branco sotto le sue finestre a vendicarci del suo mistero aperto, del suo fascino corrotto e incorrotto ma per noi inavvicinabile,  era proprio la sua inavvicinabilità la molla che ci incattiviva a urlarle a quell'angolo di via XXIV Maggio, "Rosa Parata, Rosa Parata, Rosa Parata!" Qualche inevitabile epiteto, ma era un di troppo, perché per noi era quel nome e quel cognome che dicevano tutto di lubricità esposta e rappresentata. Una vita pubblica quando tutt'intorno era privato, riserbo, silenzio, dramma antico. Lei sorrideva e rideva a pancia piena in un paese dal muso lungo. Era questa contrapposizione che forse ci irritava più di quel non potercela portare a letto per farci all'amore. A pagamento. E specialmente inveendo e infierendo con quel cognome che , nomen omen, il nome come presagio e come suo reale rappresentarsi, prima il nome di "Rosa" destinata ad aprirsi e quindi a darsi e quel "Parata" insieme esposizione e proibizione, credevamo di umiliarla più dello stesso marchio di puttana.
Soltanto molto tempo dopo, diradandosi il suo presiedere nel salotto della fontana, iniziavamo ad avvertire la mancanza dell'abbigliamento straniato e sgargiante, il viola, oh quel viola! che dalle liturgie della tragedia cristiana veniva sdoganato a inno della vita, il giallo delle spighe di grano nel suo giugno rigoglioso, il verde tenace dei prati d'inverno, il marronerosso della terra dissepolta lungo i filari dell'uva, l'argento mutevole degli ulivi.
Era la rivincita della vita nei suoi colori, nei nostri colori che Rosa riscattava sfoggiandosi come nessun'altra avrebbe mai potuto osare. Nessuno aveva compreso che Rosa da ultima sacerdotessa restituiva ad ognuno di noi il senso pagano e libero dell'esistenza, un altro modo di intenderla quella vita, più libera e più estrosa, senza steccati. E quell'acqua era il fonte battesimale al quale invitare i profani parcheggiati fuori del tempio a bere con lei alla vita. Anche quando il suo ultimo sorriso s'era brunito di capelli e di rimpianti.
 

 

Piero Antonio Toma




 




 

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