Tuglie...per raccontar paese...
 
Tuglie...per raccontar paese...


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Tuglie...per raccontar paese...
Tuglie dei " tempi andati "



                            Officina d'altri tempi - 2010 - olio su tela - cm. 60 x 90

Sono quarant’anni che vivo lontano da Tuglie e il rapporto che ho col mio paese non è certamente così stretto come lo era una volta, certamente ho ancora tanti amici che frequento nel periodo estivo ma per tanti altri aspetti molte cose sono cambiate, il tempo trascorso ha lasciato il segno, nuove generazioni, quindi tante nuove facce, anche il paese è cambiato ( in meglio ), tutto ciò è nell’ordine delle cose e forse rientra in quest’ordine anche il fatto che alla mia mente sovente si affaccino tanti ricordi della mia vita vissuta a Tuglie. Io, Salvatore Malorgio, nato a dravanda allu Rraona e crisciutu sulla Longa chiamata quiddri anni puru ( Corea ), percè ‘nc’erane tante famije te fede comunista “.
Anni indimenticabili, e non solo per me, mi fa piacere che tutt’ora quando parlo con gli amici che hanno condiviso con me “ puru na mozzacata te pane “ ci troviamo a parlare inevitabilmente di quel periodo. Ho assimilato talmente bene tanti di quegli eventi che a distanza di cinquanta anni li ricordo ancora come se fossero ancora vivi al punto che a distanza di mezzo secolo sono uno stimolo a rappresentare almeno qualche aspetto di quegli anni con il mezzo a me più congeniale : l’arte pittorica.
Questo lavoro è dedicato ad una categoria di persone che hanno contribuito col loro lavoro allo sviluppo del nostro amato paese, i personaggi ivi rappresentati appartengono al mondo contadino Tugliese e in particolare alla categoria “ te li farrari e te li carratori chiamati puru giustatraìni “.
Questo quadro vuole essere un omaggio alla memoria di queste persone il cui mestiere mi ha tanto affascinato. A memoria cito di seguito quelli che ricordo ( spero in assenza di errori ), in particolare : Nocella Emanuele = mesciu Manueli ( farraru ) - Salvatore Barone = mesciu Totu Barone ( maniscalco ) – Giuseppe Natali = mesciu Peppe Saulle,( carratore ) - Giovanni Erroi = mesciu Ninu RRoi ( farraru ).
Io da ragazzo sono entrato in contatto con queste persone per via che il loro mestiere consisteva anche nella realizzazione e la manutenzione degli attrezzi dei contadini, “le zzappe” appunto. Io conservo un manufatto appartenuto a mio padre che si fece forgiare appositamente “ te mesciu Peppe Saulle, na zzappa cu la punta a pizzu comun la pala te frabbacatore “, fatta apposta “ cu trase meiu quando bbinchi, ticia sirama ( lu Saiu te lu Rraona ) “.
Fin da piccolo sono stato interessato molto ai vari mestieri e avevo sviluppato molto un notevole spirito di osservazione. Rimanevo affascinato quando mesciu Manueli farraru ferrava i cavalli, la fiamma della forgia accalappiava la mia attenzione e la stessa attenzione ponevo nel vedere lavorare i ferri sull’incudine e la meraviglia di scoprire che i chiodi che fissavano le staffe agli zoccoli del cavallo erano costruiti al momento dallo stesso mesciu Manueli. Un’altra cosa che mi rimase impressa la prima volta che assistetti alla ferratura di un cavallo era che, una volta finito di forgiare la staffa, prima della chiodatura effettiva, si faceva adagiare la stessa ancora rovente allo zoccolo sostenuto dalle mani di due persone. Io aspettavo la reazione violenta del cavallo al contatto del manufatto che sviluppava una nuvola di fumo, frutto della combustione superficiale dell’osso bruciato che ne usciva fumate col calco di adattamento e senza reazione dell’animale.
A memoria ricordo che questi lavori si svolgevano per strada dei pressi di abitazioni rustiche e annerite dai fumi della forgia, nel quadro ho voluto ricreare un po’ l’ambiente ( notare i vetri rotti delle finestre e un certo disordine di oggetti vecchi e arrugginiti appoggiati alla rinfusa ). A quell’epoca mio padre aveva preso a mezzadria “ na partita te vigne alla parte te sotta allu Calvariu “ e proprio da quelle parti “ nc’era la puteca te mesciu Peppe Saulle “ che consisteva “ a na rimesa scazzafittata ca a mie me paria comu l’antru te Polifemu. Mesciu Peppe era essenzialmente “ nu carratore, cioè, giustava traini “ ma l’altra attività attigua era che ci sapeva fare con la forgia.Io non appena il lavoro nella vigna allentava mollavo tutto e di corsa ( vista la poca distanza che mi separava ) correvo a vedere “ sta puteca “. Una volta arrivai “ a shiaccu te mariscu “ e approfittando dell’assenza te “mesciu Peppe”, entrai “intra la puteca vistu ca ‘ncera la porta scarassata ” ed ebbi tutto il tempo di guardarmi bene attorno senza sentirmi osservato. Io ero già avvezzo a fantasticare alla vista degli attrezzi di falegnameria tenuti in bella mostra “ intra la sottoscala te la nonna ‘Ntina ( Fiorentia ) e te lu nonnu Vantura ( Bounaventura ). La nonna ‘Ntina nde ticia sempre a mauma : stu lampu te vagnone tutte le fiate ca vene a casa mea, topu nu picca sparisce, ma ieu lu sacciu già ca ci hoi cu lu troi basta cu bai intra la sottoscala “.
Alla vista di quegli oggetti in parte nuovi e mai visti prima, e di quei banchi da lavoro pieno di pezzi di legno parzialmente lavorati “ cu l’ascia e cu lu chianozzulu “ e tanti trucioli sparsi, rimasi estasiato dalla maestria nella costruzione dei pezzi che componevano “ le rote te trainu “, le quali, quelle già finite, erano appoggiate in bella mostra alle pareti interne belle e pitturate con tutti i ghirigori di tanti colori su sfondo giallo. I disegni erano talmente belli e precisi, così bene sviluppati sul raggio esterno che mi chiesi subìto come poteva fare “nu forgiatore, cu ddre mani crosse e chine te caddri, trattare cu n’abilità te n’artista sia li culori e sia lu pinneddru picciccu ”. Il mistero rimase ed è tutt’ora insoluto, oso pensare che quello della pittura con decorazioni era opera di qualcun altro. Sicuramente a quell’epoca già sviluppavo tendenze artistiche, abituato com’ero a vivere per via del mestiere di mia madre ( disegnatrice e ricamatrice di biancheria da corredo ) tra matite, carte copiative, gomme da cancellare e matassine di cotone colorate. Da qui l’innato spirito di osservazione per tutto quello che era disegno e colori e già a quell’epoca mi cimentavo nell’arte del disegno e all’uso dei pastelli. Un fatto durante quella visita mi rimase impresso ! Sul banco da lavoro notai che, ancorato su “ nu scanniteddru “c’era montato un affare a forma di imbuto con una manovella di notevole proporzione se rapportato all’oggetto simile casalingo usato da molte massaie per macinare la carne “ nu macianacarne, appuntu “. All’esterno era macchiato di diversi colori e ne dedussi che la sua funzione era la stessa, solo che in quella bottega era usato per macinare o stemperare prima dell’uso i fondi di barattoli vecchi di colori un po’ disidratati. La curiosità mi spinse a salire su uno sgabello e a guardare dentro la parte ad imbuto. Con mio sommo orrore vidi all’interno sui piani inclinati dell’imbuto un guazzabuglio di residui di vari colori che si erano depositati sul fondo che coprivano per intero la grossa vite senza fine che annegava in una specie di poltiglia di colore indefinito. A quella vista rimasi letteralmente scandalizzato, e nella mia fantasia di ragazzo mi chiesi subito chi poteva aver concepito un simile orrore, quella di mischiare in modo indiscriminato tanti colori, a quale scopo? Non l’ho mai saputo! Di sicuro, nella mia testa abituata a pensare in modo razionale ai colori e al loro uso, in quel momento, quella cosa non l’ho mai accettata e forse proprio per questa ragione rimase scolpita nella mia mente ! “ Mah !! E ci buliti ! Fantasie te vagnone ………. “
 



                       Bevute d'altri tempi - 2008 - olio su tela - cm. 125 x 85

.......i volti non sono certo di gente conosciuta ma anche se anonimi rispecchiano lo spirito col quale li ho voluti rappresentare. Mi sono ispirato alli vecchiareddri te su la LongaLu Subistianu Cucuzza, lu Stinu Patera, lu Carmunu Fezzaluru, lu Biagiu Nticu, lu Nanu Marineddru, lu Tore Calandra e tanti altri. All'occhio del profano può sfuggire qualche particolare sugli oggetti posti in tavola e il contenuto di essi, e mentre sono visibili il pane, le uova lesse, il contenitore di coccio contenente lu sale stumpatu in cui attingere le uova appunto, vi può avere difficoltà a vedere la tijeddra china te pampasciuni ddelassati e la coppiteddra china te ciciari rrustuti. Mi ricordo sempre quello che diceva sempre mio padre e lu nonnu Vantura, quando oi cu proi lu vinu bbonu, t'hai mangiare prima nu pusciddru te ciciari rrustuti, naturalmente non mancano le purpette caute caute che sta portando l'oste cu la manu sinistra e cu lu bottu te lu vinu alla mano destraquiddre nu mancane mai alla puteca te vinu.
Sono visibili inoltre sulla scala lu mbile, lu stangatu e lu capasone te crita, nu musceddru, le ficalindie pe lu iernu, e come insegna, la cima te murteddra e l'asu te mazze e poi la macchina d'epoca, lu ciucciu appuntu, tutte cose usuali e essenziali della vita contadina di una volta........
 




              Antiche attività domestiche nel Salento - 2011 - olio su tela - cm. 50x70

E’ per me una gioia e una gratificazione intima, avvalendomi delle mie modeste capacità pittoriche, continuare la galleria dei ricordi in terra di Puglia, a Tuglie, sulla Longa nel ventennio che va dagli anni cinquanta agli anni sessanta.

Questo lavoro è dedicato alle donne, alle nostre donne del sud, alle nostre mamme e alle nostre nonne che con grandi sacrifici ci hanno generato e cresciuto in quegli anni così precari e difficili del dopoguerra, a loro che sono state sempre l’asse portante dell’economia delle nostre famiglie già di per se stesso povere giacché erano in massima parte di estrazione contadina.

Loro sono state in prima linea nella conduzione familiare e le loro attività non erano solo quelle domestiche ma le portavano a lavorare attivamente nei campi, e il loro contributo all’economia della famiglia era sempre prezioso e determinante. Io parlo con cognizione di causa avendo vissuto in quel contesto all’interno della mia famiglia e di quella dei miei nonni materni; della nonna Ntina ( Fiorentina ) e del nonno Vantura ( Buonaventura ).I nonni paterni non li ho mai conosciuti in quanto defunti quando mio padre ( lu Saiu te lu RRaona, detto anche Saiu panecottu ) li ha persi dall’età di sette anni. lui stesso ha sempre avuto un vago ricordo di loro e per la cronaca non ho mai posseduto neanche una loro foto.

Si cominciava a lavorare a Febbraio con la semina e la potatura delle vigne e la raccodda te le sarmente e si finiva Novembre dopo la raccolta te le ulie, c’era una pausa di circa due mesi invernali e in cui i lavori casalinghi abituali di pulizie e cucina quotidiana erano incrementati dai lavori di filatura, sartoria e confezione di maglie di lana, per lo più intime. Insomma i lavori non finivano mai e si viveva nella continua precarietà dovuta alla scarsità di risorse e di mezzi di sostentamento che portavano allo stress e all’abbruttimento. Non dimenticherò mai alcune scene al lume di petrolio verso la fine degli anni cinquanta, all’ora di cenare quando i miei genitori non avevano i soldi sufficienti per un filone di pane con mio padre mortificato e mia madre che avvilita, mentre cercava di cucire qualcosa, a testa bassa, in silenzio e in penombra piangeva e si sforzava di non farsi vedere. Ancora, più o meno in quel periodo, quando dopo tanto lavoro fatto da mio padre e da tutti noi in famiglia alla vigna delle ( Tre Filare ) presa a mezzadria, venne una grandinata che si portò via il frutto di tanto lavoro, mio padre in un angolo della casa accasciato sulla sedia che sembrava un condannato a morte dopo una bastonatura e mia madre seduta vicino alla banchiteddra che piangeva lacrime silenziose cercando di non perdere la dignità messa a dura prova da quell’evento.

In questo dipinto ho cercato di stigmatizzare quei ricordi tristi e mi sono adagiato sulla rappresentazione di una scena familiare tanto comune nei nostri paesi agricoli, una nonna, in rappresentanza delle nostre donne che fila la lana vicino al camino in cui arde il fuoco cu li taccari e asche te ulia e l’immancabile pignateddra in cui cuociono verosimilmente i legumi ( li rraumi ) fonte primaria della civiltà contadina. Mia madre li serviva a mio padre con pezzi te pane all’oiu fattu e come contorno le ulie e quando era la stagione cu li peparussi fritti. Mio padre, dopo una giornata di duro lavoro in campagna e col sano appetito di contadino “” sia ci mangiava !! “” corroborando il tutto cu nu bicchiareddru te vinu, pe la verità, anche toi o trete e anche noi contribuivamo a farci onore alla santa taula.In bella mostra sul cornicione te lu focalire nc’è na coppa te rame russu, nu fierru te stiru te ghisa e nu fiascu te vinu cu lu bicchieri. Vicino alla nonna, nu banchiteddru su cui ncete na sicchetta te lana e al quale nci suntu ttaccate le canne che fungevano te supporto alla lava pettinata. Mi sembra di vedere la mia nonna Ntina che passava in silenzio le lunghe ore invernali dedicate a queste attività intervallate alla recita del Santo Rosario cu li patarnosci sempre a purtata te manu intra la mantera. La sera era dedicata alla lettura di qualche libro, ricordo ancora qualche titolo : (La cieca te Surientu, Lu conte te Montecristu, li Promessi Sposi e Quo Vadis), leggeva a voce alta in modo che lu bunanima te lu nonnu Vantura,contadino analfabeta, ascoltava e seguiva il racconto, e comu nde piacia cu sente!! Bisogna tener conto che a quell’epoca non possedevamo neanche una radio !

Quando mia madre cominciava a fare questo tipo di lavoro io già mi mettevo in apprensione al pensiero che lei poi adoperava quella lana filata pe cusire alli fierri le camisole te lana pe lu jernu, ca quandu te le mintivi te cijavi tuttu, era preferibile na beddra vertullina te mazzate ca almenu turane picca, mentre lu ciju te li purtavi almenu pè tre o quattru giurni. Poi però stivi cautu!

Quanto sopra vuole essere un "rimembrare ancora" la bellezza e la drammaticità di quegli anni della mia formazione alla vita e penso che a raccontare queste cose fissate indelebilmente nella mia mente, possa far piacere a quanti avranno la bontà di leggerle che come me, hanno vissuto situazioni simili. In ultimo, penso che da questi accadimenti, qualche giovane contemporaneo che abbia una certa sensibilità per questo genere di cose, possa trarre qualche insegnamento e qualche considerazione. Lungi da me la presunzione di voler insegnare a qualcuno qualcosa, la mia è solo una modesta testimonianza di un mondo che è stato e che non c’è più, in ogni modo, c’è sempre da imparare qualcosa …….!!





                       Ritorno dai campi - 2011 - pastello su cartoncino - cm. 50 x 60

Con questo lavoro a pastello continuo la carrellata rappresentativa di alcuni aspetti della vita che si viveva in epoca passata, parlo almeno di cinquant’anni fa nei nostri paesi al Sud , nello specifico, a Tuglie, la mia cara Tuglie. Ebbene si, ci vuole proprio una buona dose di inguaribile romanticismo di cui evidentemente sono affetto per rivangare quel periodo ormai passato che solo quelli della mia età hanno fatto in tempo a vivere e perché no, a godere e assaporare. I ritmi di quell’epoca non hanno niente  a che vedere coi nostri giorni ed era forse per questo che sono stati vissuti e impressi  indelebilmente nella mia testa. La figura rappresenta un contadino che rientra dalla campana a bordo di uno scialabà, sullo sfondo una veduta dell’abitato tipico dei nostri paesi con le case il cui colore dominante era il bianco e lo è ancora in alcuni centri storici. Il ricordo va a questo tipo di veicolo oggi sostituito dalle auto moderne ma che all’epoca rappresentava  un po’ lo status-simbol di alcune fortunate persone che ne possedevano uno. Intanto lo scialabà ( ricordo che lo chiamavamo lu sciarabà ( col la erre)  detto comunemente lu to rote era un manufatto che usciva dalle botteghe dei carpentieri/carradori ed era un piccolo capolavoro di ingegneria meccanica e rappresentava ai giorni nostri la macchina fuoriserie. I possessori erano quasi sempre li trainieri  che oltre allu trainu cu li ncasciati taniane puru lu sciarabà adibito essenzialmente al trasporto di piccole derrate alimentari e come secondo uso per passeggio, ( un lusso a quei tempi ) ! Alcuni avevano lu seggiullinu foteratu te vera pelle e la cappotta ca se putia zzare e basciare a seconda te le necessità  ed era tale da trasformarlo in un calesse. Nell’insieme il mezzo si presentava anche bello da vedere, normalmente costruito cu dò stanghe pè l’imbracatura te lu cavaddru o te lu ciucciu o ciuccia, il fondo del carretto ( la littera ) era costruita con assicelle parallele intervallate da vuoti per dare leggerezza e signorilità alla “ machina a dò rote “. L’eleganza  era evidenziata oltre che dalla cappottina anche dai parafanghi alti e ben sagomati, li staffuni laterali ca sarvine pè nchianare sullu mezzu , la martellina pè frenare, e come possibile opzional anche la lanterna laterale a petroiu  che sostituiva gli attuali fari, non mancava mai lu scurisciatu per stimolare l’animale. Ricordo benissimo che vicino a casa mia, sulla Longa, nc’era lu bunanima te lu Carmunu Fezzaluru ca lu tanìa, normalmente quando lo usava o veniva dalla campagna, lo parheggiava vicimo alla porta te lu sciardinu te via Cesare Battisti, arretu alla rimesa all’angulu te via Nazario Sauro propriu te fronte alla partita te Donnareste ( Don Orestre ). Io ogni volta andavo vicino a curiosare sul tipo i trasporto che portava a casa ( c’era sempre latente il desiderio di voler mangiare le cose che abitualmente portava a casa, il più delle volte panare te frutti ca a casa mea nù se putine bbire ), e me lo osservavo nei minimi particolari e ogni volta era come la prima, ero sempre affascinato. Mi ricordo in particolare che un giorno di  Agosto, poteva essere il  1957? - 1958 ?, verso le dieci di mattina arrivò dalla campagna ( tania terra  sotta li Beddri ) cu lu sciarabà caricu te canisce, te panari e panareddri  ncoculizzuti te fiche ca erane nu spettaculu. Io non ne avevo vista mai tante, la nostra produzione familiare era molto modesta rispetto a quello che vidi quel giorno e noi  ragazzi ( a casa per le vacanze estive e quindi per strada dediti al gioco ), tra i quali : ( prima ieu, Salvatore Malorgio ( Fiju te lu Saiu Panecottu, armiere del gruppo e capubanda in quanto miglior cervello pensante per tutte le nostre attività “per la verità non tutte lecite” ), Raffaele Giuranno ( Rafele Muscia ). Silvio Giorgino  ( Silviu te lu Marzanofriu ), Flavio Rizzelli ( Flaviu Citiciucci ), Tommaso Marzano  (Tomasinu Patissa ), suo cugino Antonio Marzano ( l’Ucciu Pativitu, fiju te lu Gesarinu Pativitu ), l’altro suo cugino, Ippazio Marzano ( lu Paziu Pativitu , fiju te lu Carmunu Pativitu ), Danieli Cosimo ( lu Cosiminu te la Uccia Cursara ), Carmelo Pezzulla ( Carmelucciu te la Saia Occhijanchi ), suo cugino Elio Nocera ( fiju te la Maria Pizzulla ) Saverio Maggio ( Severinu Maggiu ), Enzo Natali ( Enzu Parata ),  De Santis Rocco ( Roccu Scarpa detto anche Roccu Sciardinieri – dal nonno paterno la cui ngiuria era Sciardinieri ), e forse qualcun altro a guardare tutto quel ben di Dio con evidente avidità. A  quei tempi la fame era costante specialmente per noi ragazzi che non stavamo mai fermi e pertanto aventi bisogno di continue energie. Ricordo che ben presto la moglie te lu Carmunu, ( la bunanima te la Vata Fezzalura e sua figlia Ntunietta ) organizzarono l’aiuto necessario per la lavorazione di tutta quella merce, troppa per due sole persone.Quel tipo di derrata alimentare era preziosa e rappresentava un po’ la benzina per l’inverno ( cu nà poscia te fiche siccate e nu stozzu te pane li cristiani facine cinque ore te zzappa, me ticia sempre Sirama ). Il trasporto delle succose vettovaglie sulla lambia te la Vata fu di nostra competenza, il che ci fruttò un abbondante assaggio, le vicine di casa invece, munite di coltello, prestarono la loro opera “ pè spaccare le fiche sulli cannizzi “ giacenti già in loco. Bei ricordi !!!! Tutto ciò lo dedico ai miei compagni di giochi e amici di quell’epoca, la cosa bella che mi piace evidenziare è che a distanza di tanti anni e a dispetto delle nostre esistenze dislocate in diverse parti d’Italia e della Svizzera, almeno con quelli che ho la fortuna di vedere con  cadenza annua li sento ancora “  Amici  “  e questo mi appaga, tanto da aver  osato parlarne in questa pagina e su questo sito. A quanti mi leggeranno invio i miei sinceri saluti e abbracci fraterni e chiedo umilmente scusa a quanti si sentiranno un po’ offesi  per la licenza che mi sono presa  nell’annoverare accanto ai nomi anche i rispettivi soprannomi,  non sempre  graditi , ne sono certo, da ognuno di noi che pure li abbiamo ereditati senza averli richiesti, ma…………questa è la nostra  storia  !!!!!!






      Trasporti a Tuglie ( Le ) negli anni cinquanta olio su tela - 2012 -cm. 60 x 90.jpg

Era da un sacco di tempo che desideravo cimentarmi in questo lavoro che arricchisce la galleria dei miei dipinti tratti dai ricordi della mia adolescenza vissuta “ sulla Longa “ in particolare degli anni cinquanta e sessanta . Lo dicevo sempre ai miei amici , in particolare a Pantaleo Nicoletti , a Rocco De Santis e a Lorenzo Natali , che come me abitavano anch’essi nel medesimo quartiere e che quindi hanno condiviso con me tante esperienze di vita vissuta in quegli anni indimenticabili : “ Vagnuni , be ricurdati quando nchianane sulla Longa li traìni carichi te cuzzetti ca scine versu Montregrappa , ddri poveri cavaddri ! Quante mazzate nde tiane quandu nun ce la facine cchiui cu nchianane quando rrivane vicinu alla Saia Occhijanchi , povere bestie ! Prima o poi aggiu fare nu quatru “ .
Ed eccomi qui con questo lavoro pensato a lungo e maturato nella mia testa da un sacco di tempo , c’è da dire che quando mi metto in testa una cosa prima o poi la realizzo e questo fa parte del mio carattere . Naturalmente ho dovuto studiarci su un bel po’ e ho dovuto un po’ improvvisare e combattere con le volumetrie del posto in cui si commettevano simili misfatti cinquanta anni fa in quanto adesso il paesaggio è completamente rivoluzionato e il fondo di “ Donnareste “ non esiste più e al suo posto vi sono molteplici abitazioni . Nella mia testa però tali ricordi sono rimasti così indelebilmente scolpiti che sono riuscito a realizzare un buon lavoro . Ricordo la strada sterrata che dopo la pioggia copiosa veniva scarnificata dai ruscelli d’acqua che scendevano dalle alture sovrastanti con una velocità tale da erodere il fondo tufaceo e mostrare lo scheletro sottostante fatto di grossi massi biancheggianti come le ossa di una carcassa . Il muro a secco del fondo “ te Donnareste “ a ridosso della strada , la sua conformazione fatta a gradi che seguiva l’andamento della strada in salita , la piantumazione “ te barbatelle “ ( viti da innesto ) , che erano diventate un immane groviglio di tralci lunghissimi in quanto non venivano mai potati . In effetti a memoria , non ho visto mai un contadino che facesse lavori al su quel suolo , il fondo era perennemente incolto e quindi i veri proprietari eravamo noi ragazzi che tramite appropriazione indebita lo avevamo adibito a campo di giochi . Ricordo gli alberi di ulivo all’interno del fondo a ridosso del muro , gli alberi di nocciole sul secondo terrazzo , gli alberi di fichi all’altezza di via Nazario Sauro , molto vicino al passaggio a livello della ferrovia . In fondo vi era un costone alto sulla cui sommità vi era “ nu furneddru “ piccolo e ai due lati vi erano piantati a sinistra un albero di mandorle e a destra un grosso cespuglio con adiacente un albero di gelso . A tal proposito devo dire che le mandorle non riuscivano a rimanere sull’albero fino a maturazione . Il mio amico Enzo Natali ( l’Enzu Parata ) era uno dei pochi che si arrampicava lassù insieme a Carmelo Pezzulla ( lu Carmeluccio Pizzulla ) e , ( lu Tomasinu Pativitu ) , all’anagrafe : Tommaso Marzano , un altro della banda , ( comandante anche lui in quanto grande e grosso , ma il vero comandante era il sottoscritto eternamente in conflitto con Flavio Rizzelli “ lu Flaviu Citiciucci “ , un tipo molto sveglio , che aveva in animo di scalzarmi dal potere di capobanda ) . Enzo pertanto era il curatore dei frutti nel senso che monitorava la loro maturazione e al momento opportuno faceva letteralmente incetta di mandorle verdi , gonfie e succose al punto giusto da essere letteralmente divorate acerbe e con tutta la buccia dal sapore acidulo ma pur sempre commestibili . Qualcuno dei pochi intimi aveva il privilegio di poterle assaggiare ( tra cui il sottoscritto ) , ai più non era concessa alcuna gratifica in tal senso e ( lu Tomasinu Pativitu ) che pure gli dava un’occhiata ogni tanto e sperava egli pure di raccoglierle , al momento del sopralluogo arrivava sempre a cose fatte con suo grande disappunto . Ricordo ancora una volta, per dovere di cronaca , che il quegli anni , qualsiasi cosa che fosse anche lontanamente commestibile era sempre vista come una benedizione ! A tal proposito , e sempre in riferimento alla continua ricerca di cose da mangiare , ricordo che durante il tempo della vendemmia , Enzo Natali , che quando si trattava di andare a caccia di derrate alimentari aguzzava l’ingegno , aveva escogitato la pesca all’uva . Mi spiego ! Quando passavano sulla medesima strada “ li traìni cu li tini ncoculizzuti te ua appena vindimata “ , essendo che scendevano provenienti dai campi che si trovavano sulla parte superione al paese , tenendo la destra , passavano adiacenti il muro a secco “ te Donnareste “ . Arrivati all’altezza di via Nazario Sauro , la imboccavano girando a sinistra per evitare di passare dalla piazza del paese giacché la strada che conduceva al centro , a cominciare da subìto dopo il passaggio a livello , presentava una discesa molto pericolosa da percorrere , specialmente a pieno carico . Il carro faceva una rotazione tale che la parte posteriore del traìno lambiva il muro , tale movimento faceva sì che l’ultimo tino in coda sul carro si portava pressoché alla stessa altezza del terrapieno sovrastante e a poca distanza . Enzo , appostato disteso sul terreno , quasi totalmente fuori dalla vista del conduttore peraltro impegnato nella conduzione del cavallo , acquattato e munito di canna con lenza di spago alla cui estremità era collegato un rampino , letteralmente pescava i grappoli dai tini in transito ( e senza licenza del legittimo proprietario ) . Naturalmente l’azione era ristretta in pochi secondi e con la dovuta accortezza , ma l’addestramento maturato era tale che difficilmente mancava il bersaglio con sua grande gratificazione!
La panoramica dei luoghi in riferimento all’opera continua : Ruotando lo sguardo verso destra dal punto di osservazione della scena rappresentata , sulla sommità della salita , si vedono la parte sovrastante di alcune case dove abitavano le famiglie dei miei amici Pantaleo Nicoletti , ( fiju te le bunanime te lu Totu e te la Martire Nocera ) , di suo cugino Ippazio Longo , ( Lu Paziu , fiju te le bunanime te lu Carmunu Colle Colle e te la Cia Nocera – soru te la Martire ) , di Antonio Marzano ( l’Ucciu Pativitu , fiju te lu bunanima te lu Gesarinu Pativitu e cucinu te lu Tomasinu ) . Adiacenti a queste case sul declivio opposto vi erano “ le crutte “ , vere e proprie grotte di epoca antica scavate nella pietra tufacea adibite ad abitazioni e appunto abitate per esempio dalla famiglia “ “ te la Cia ( Lucia ) Summa e te lu Pici Scarda ( Giuranno Luigi ) “ una famiglia numerosa e poverissima al limite dell’indigenza , il cui figlio Damiano Giuranno ha frequentato il primo anno di scuola elementare con me , poi l’abbiamo perso strada facendo vista la scarsa attitudine allo studio , mi ricordo che era l’unico che assaggiava di sovente l’inchiostro che il bidello metteva con una brocca smaltata di bianco nei calamai sul banco . Non ricordo quanti anni ci son voluti per prendere la licenza elementare e ignoro se abbia mai raggiunto lo scopo . L’insegnante era Calò Luigi ( lu mesciu Calò ) di cui ho un gran bel ricordo , sia come insegnante , sia come maestro di vita . Vicino alle abitazioni , ben visibile dal punto di osservazione in cui si svolge l’azione vi era un altro albero di gelso veramente mastodontico i cui frutti grossi e succosi di colore bruno violaceo hanno deliziato più volte il mio palato e macchiato i miei poveri vestiti col loro succo denso e colorato come l’inchiostro . Anche questo particolare è presente nel quadro . Per tornare al vero tema dell’opera , la scena dominante è l’atto di bastonatura degli animali adibiti al trasporto “ te li cuzzetti “ ( blocchi di tufo per costruzioni ) , . Buona parte del materiale di costruzione delle abitazioni sviluppatesi nel dopoguerra verso Montegrappa “ è passata te susu alla Longa “ e pertanto quelle scene erano quasi quotidiane tanto da aver lasciato un segno indelebile nella mia mente . “ Lu trainu era quasi sempre quiddru te lu Peppe te lu Camillu ca facìa lu trainieri trasportatore “ , caricava sulle “ tajate “ ( cave di tufo ) , e trasportava questi carichi molto consistenti in volume e peso , ( si parla di parecchi quintali ) presso i vari cantieri di costruzione , ovviamente “ la Longa “ era il punto nevralgico del tragitto . Spesso curavo il transito e molte volte mi portavo a ridosso del punto critico ove la pendenza era molto accentuata presagendo già quello che stava per accadere . Bisogna tener presente che le bestie quando arrivavano in quel punto avevano già nelle gambe almeno centocinquanta metri di salita e sulla sommità della quale si fermavano immancabilmente stremate . “ Lu Peppe “ li faceva prendere fiato al massimo mezzo minuto poi li stimolava “ a botte te scurisciatu “ ( frustino ) . Le povere bestie sudate e con la bava alla bocca ce la mettevano tutta per tirare l’immane peso ( stando nei pressi della scena si percepiva l’odore acre del loro sudore ) e il più delle volte, talmente era la forza che esercitavano con gli zoccoli ferrati sul terreno , che questi slittavano e picchiavano il terreno col ginocchio . La conseguenza era duplice , per primo rischiavano di azzopparsi in modo irreparabile col danno incalcolabile per il proprietario , la seconda conseguenza era “ ca lu Peppe se mintia a castimare comun nu bbreu “ e sfogava la sua ira sulle povere bestie che la subivano come ringraziamento a tanta immane fatica . A quel punto ho assistito a scene di violenza inaudita a danno di quelle bestie e per la verità si faceva fatica a capire chi era più bestia! Quando si verificavano queste soste drammatiche vi era sempre chi ( rragazzava cu nu troncu o na taula beddra crossa ) , cioè mettevano un ostacolo dietro almeno a una delle due ruote “ te lu trainu “ per timore ce le bestie mollassero la presa al tiraggio e rovinassero con conseguenze che vi lascio solo immaginare e successivamente si tirava “ la martellina “ , ossia il freno alle ruote , il tutto in pochi secondi . Normalmente “ Lu Peppe se purtava sempre nu lavorante vagnone “ ( un ragazzo ) che era adibito anche a questo compito , così come l’ho rappresentato nel dipinto . La scena si ripeteva per diversi tentativi fino a quando non riuscivano a superare quel punto critico per poi proseguire il cammino . Io mi ritengo un buon osservatore e già allora notavo che in principio dell’attività “ lu Peppe nchianava sempre cu nu cavaddru “ e siccomre i rischi erano veramente troppi e rischiava si rimetterci sia il cavallo sia il lavoro , dopo un buon periodo di tempo si era attrezzato con un secondo cavallo più giovane , ( anche questo è evidenziato nel quadro ) , “ nu valanzinu , appuntu “ , col compito di aiutare la bestia alla stanga in salita . “ Lu Peppe però , secondu mie facia lu furbu e cu la scusa te lu secondu cavaddru carracava almenu na linea e ci nu ddoi te cchiui te cuzzetti “ . Il risultato era pressoché uguale a prima e la storia “ te le mazzate alli cavaddri se ripetia immancabilmente sempre “ . Aldilà di tutto , ragionando in termini economici , in qualche maniera il costo di mantenimento del secondo cavallo doveva uscire da qualche parte e il mezzo migliore era il sovraccarico , insomma , “ la sciurnata ia ssire te lu caricu ca riuscia cu porta a termine “ .
In questo dipinto ho evidenziato solo un aspetto di quella che era la vita dei trainieri e dei trasportatori , e della vita dura che tutti facevano nel contesto sociale della nostra povera economia contadina , “ cu li trainieri protagonisti “ e ( con una menzione speciale per i cavalli , consentitemelo , protagonisti alla pari dei loro padroni ) . In effetti l’intento ultimo è di rendere omaggio a questa categoria di lavoratori che hanno contribuito in larga parte allo sviluppo del nostro paese . La maggior parte di essi adibivano l’uso “ te lu traìnu “ ai trasporti di prodotti della campagna in special modo al tempo della vendemmia quando ( sulla littera te lu traìnu ) venivano caricati di norma tre tini molto capienti . La raccolta delle patate , delle olive , delle fascine di legna da ardere “ taccari te cippuni , crossi te munda , sarcene te ramaje e te sarmente ” , anche questo faceva parte dell’economia delle famiglie , a quell’epoca si cucinava solo con la legna . Inoltre non bisogna dimenticare che gli animali erano adibiti al lavoro rurale vero e proprio col loro impiego per l’aratura . Per dovere di cronaca mi piace menzionare alcuni di questi lavoratori Tugliesi :
Luigi Corallo “ Pici Corallu “ , i fratelli Romano , Biagio, Antonio e Giuseppe “ Biagiu , Ntoni e Pippi Sanapu “ , Guido Giovanni ( Ninu te lu Cintu , papà del mio amico Minu Guido “ lu Cosiminu aschialuru “ ) , Giovanni Pasanisi , Giovanni Merenda ( Ninu Marenda ) , Benedetto Miggiano ( Titta Miggianu ca tania puru la ciuccia vicinu allu mulinu ) , I fratelli Solida : Cosimo e Armando , ( Cosiminu e Armandu Cargioppu ) , Giuseppe Pastore , ( Peppe te lu Camillu , era lui che solitamente saliva sulla Longa cu lu carrucu te cuzzetti ) Giuseppe Miggiano , ( Pinu Miggianu ) , Carlino Emanuele ( nunnu Manueli , mio padrino di Cresima) . Sicuramente ce ne possono essere stati altri , pertanto chiedo scusa per non averli menzionati , del resto anch’io devo fare i conti con la mia memoria di ultra sessantenne , comunque anche loro avrebbero meritato di essere menzionati !
Ancora una volta spero di non aver urtato la suscettibilità di nessuno avendo fatto menzione con nome , cognome e “ ngiuria “ , per quanto sopra , non ho inventato niente e le persone menzionate ( ancora viventi ) che sono anche i miei amici lo possono testimoniare e………….anche questa è storia !!! La nostra storia !!!!!



                   Aspetti della terra salentina -2010- olio su tela - cm. 50 x 70.jpg

Questo è un lavoro da me eseguito nel 2010 e in pratica vuole essere una cartolina emblematica della nostra terra , o più semplicemente un biglietto da visita del Salento contadino . Un condensato nel quale , attraverso l’osservazione di quest’opera pittorica , partendo dal titolo che aiuta a centrarne il tema , un estraneo che lo osserva potesse farsi un’idea del contesto paesaggistico tipico e trarre un’opinione dell’anima della sua gente in massima parte di estrazione contadina . Mi sono ispirato essenzialmente al paesaggio che si incontra sulla litoranea tra le più belle d’Italia che da Santa Maria di Leuca porta fino a Otranto , dove la scogliera alta e biancheggiante al sole contrasta con le chiazze di vegetazione mediterranea e dove si possono ammirare il dedalo di muri a secco e le costruzioni delle pajare paragonabili alli furneddri disseminati nelle nostre campagne Leccesi a forma conica rastremata , simili nella tecnica costruttiva ma dalla forma conica più alta , costruite in alcuni esemplari a terrazze . Non manca in esso un albero di ulivo longevo , monumento emblematico del Salento dal ceppo massiccio , pieno di cicatrici e contorto , un po’ annerito e con qualche finestra , qualcuna naturale e qualcuna dovuta a qualche precedente incendio , un vero libro aperto da ammirare !
Nel dipinto , la parte del leone la fa il vecchio contadino in primo piano , il suo volto segnato dal tempo , rugoso per l’età , bruciato dal sole e ancor più contrastato dai peli bianchi della barba è emblematico di tanta nostra gente che si è spesa per una vita intera nel lavoro manuale nei campi . Il suo sguardo indiretto mostra ancora una vitale vivacità e al contempo una triste rassegnazione al suo status di contadino , uomo di fatica , accumulata anno dopo anno e ai tanti disagi a cui la sua condizione lo ha inevitabilmente costretto . Nel suo volto così irrimediabilmente segnato vi si può ancora scorgere un’antica fierezza che è stata il viatico che lo ha accompagnato nella vita irta di sacrifici e immani fatiche . Quando ho realizzato quest’opera ho pensato a mio padre Cesario , lu Saiu te lu RRaona e a mio nonno materno Buonaventura , lu nonnu Vantura i personaggi più diretti da cui ho attinto tante esperienze che mi hanno aiutato a crescere come uomo . Li rivedo ambedue segnati dalla fatica , curvi irrimediabilmente per il tributo pagato alla terra dopo una vita spesa con la zappa in mano , e quella postura irreversibile portatrice di dolori fisici li costringeva ad accompagnarsi alle loro biciclette che era il loro bastone di sostegno ma pur sempre indomiti e ancora dediti al lavoro sia pure con tante riserve dettate dagli acciacchi e dall’età .
A questo punto mi prendo la libertà di fare una piccola divagazione sul tema . Nell’ ultimo anno di vita di mio padre , ormai infermo , durante il periodo estivo , quando arrivato a Tulie per le ferie , avevo sempre l’opportunità di andarlo a trovare e a chiacchierare un po’con lui . Un giorno mentre si parlava appunto di fatiche dovute al mestiere di contadino e di come queste segnavano la gente ebbi a dire : , su convintu ca quandu sciamu all’addru mundu imu stare sicuramente meiu te quai sulla terra . Sirama prima m’ave guardatu e poi cu ddru sorrisettu can nde vania quando ulia cu dice qualche cosa te curiosu me rispose : Ma secondu tie , mo ci vau addrassusu , quando me dummandame ci haggiu fattu finche a moi , nu mboi ca ndaggiu dire ca su statu contadinu ! E quiddri quandu sentene sta risposta , nu mboi cu me mintane n’addra fiata la zzappa a manu ! Allu mumentu m’ave spiazzatu , ma poi nde tissi : none Tà , ci propriu t’ane fare faticare ancora, ammessu ca puru a ddrai s’ave faticare , stai certu ca sta fiata te tane nu trattore , ca tie te l’hai mmeraratu topu tanta fatica ca hai fattu , almenu te stai ssattatu e cu la spaddra taritta ! Mah ......! Speriamu , me rispose!! Poi quando lo salutai prima di partire , lo incoraggiai a mantenersi in salute perché desideravo rivederlo l’estate successiva ma lui sentendo che i suoi giorni terreni erano agli sgoccioli mi disse con gli occhi velati di pianto : Cin nun nde vitimu a quai , nde vitimu a ddrai!!
Avrei finito ! Non so fino a che punto sia riuscito nel mio intento e a quanti che avranno la bontà di leggere queste mie righe possa aver suscitato in loro un qualche interesse , so solo che l’ho realizzato con una passione bruciante tratta dal ricordo sempre vivo dei miei familiari , ( fa famija innanzi tuttu , me ticia sirama ) , avvalendomi delle mie modeste capacità di pittore che desidera solo lasciare un piccolo segno del proprio passaggio di quella che è stata la nostra storia di gente nata e vissuta al Sud .




                         Piccole attività contadine - 2012 - olio su tela - cm. 60 x 80.jpg

La carrellata di alcune mie opere ispirate alla vita contadina della gente Salentina continua…………in pratica continuano i miei ricordi ………!
In questo lavoro da me realizzato a Tuglie nel Settembre 2012 mi sono ispirato innanzitutto a mio padre , lu Saiu te lu Rraona e al mio nonno Buonaventura , lu nonnu Vanura quando (negli anni cinquanta - primi anni sessanta ) , erano intenti alla manutenzione dei loro attrezzi necessarie per esplicare al meglio il lavoro nei campi , avendo cura di averli in ottimo stato e della mia nonna Fiorentina , la nonna ‘Ntina che nei pomeriggi assolati era sempre presa dal cucito e dal rammendo . Ricordo che i pantaloni dei rispettivi personaggi erano un’accozzaglia di pezze a volta sovrapposte e dai colori differenti tali da formare una specie di carta geografica . Era un lavoro ciclico di intervento a cui bisognava far fronte ogni qualvolta se ne presentava la necessità , non rimandabile né prorogabile , ( quasi tutti si arrangiavano da soli ) . Da mio padre e da mio nonno ho appreso l’arte del “ fai da te “ che ho mantenuto e sviluppato nel corso della mia vita , chi mi conosce a fondo può testimoniarlo .
Io , come ho auto modo di dire in altre occasioni simili , fin da ragazzo sono stato sempre un buon osservatore , dove c’era una qualche attività specie artigianale perdevo le migliori ore ad osservare lavorare e a cercare di imparare qualcosa . Per quanto riguarda i lavori di campagna avevo mio padre come istruttore e tutore ed essendo che lui ha sempre preteso un aiuto concreto sia da me che da mia madre , fin da piccolo mi ha fatto assaggiare le fatiche del lavoro manuale . Non di rado , quando mi diceva che dovevo raggiungerlo al pomeriggio ( dopo la scuola che ho frequentato fino all’età di diciassette anni ) , in quanto aveva bisogno di me , mi venivano i sudori freddi specialmente quando si trattava di chinare la schiena con la zzappitedra o la sarchialura , (la stessa rappresentata nel quadro ), per togliere le erbacce prima che lui zappasse con la zappa pesante “ te scatina “ perché la loro presenza impediva o rallentava l’affondo della lama nel terreno . Ricordo che dopo appena una mezz’ora avevo la schiena rotta e mi chiedevo come facesse lui a lavorare tante ore così di lena e per giunta ogni giorno . Per giunta , quando eseguivo tale faticosa incombenza , per non pestare il terreno appena smosso , friabile e umido che si attaccava sotto le scarpe , facevo il lavoro andando in marcia indietro . Lui prima mi osservava , poi mi faceva vedere come dovevo fare ( a marcia avanti ) e siccome io insistevo a fare di testa mia , la seconda o la terza azione correttiva si accompagnava con un sonoro ceffone , pesante come il piombo con quelle mani callose da dinosauro e corredato dal commento : ( allora sì caputostu , nun ‘mboi cu me senti , ai scire a nnanzi e nù arretu . Sulamente li zzucari vane arretu ! ) . Intendiamoci , io ero avvezzo ai suoi ceffoni , in quanto avevo anch’io il mio caratterino non sempre malleabile e pronto ad assecondarlo così come lui pretendeva , ma non gli ho mai rinfacciato niente , col tempo ho capito che le mazzate ca aggiu buscatu erane tutte sante e benaditte !
L’iniziazione all’attività pratica del lavorio artigianale l’ho avuta da lu nonnu Vanura all’età di circa otto o nove anni , da lui che possedeva tanti attrezzi di falegnameria. Un giorno che ero andato a trovarlo presso la sua abitazione in via G.Verdi : ( andavo spesso dai miei nonni materni , gli unici che ho avuto , perché stavo bene con loro e li volevo molto bene. A loro ci tenevo tantissimo e loro mi hanno sempre ripagato con grande affetto , a me poi , unico nipote maschio ! ) . Quasi subito ho sentito i rumori tipici del martello che picchia su delle assi di legno provenienti dalla terrazza della cucina . Lavori di falegnameria ! La mia passione ! Sempre curioso e interessato sono salito dalla piccola scala esterna e dopo i saluti usuali mi sono messo ad osservarlo in venerabile silenzio . Stava costruendo o meglio modificando il vecchio pollaio , lo stava ampliando , ( era uso delle famiglie contadine allevare almeno qualche gallina e qualche coniglio ) che erano la fonte primaria di proteine e il che non era poco . Dopo un po’ di tempo mi diede il martello in mano e pescando intra a nu caleddru vecchiu te buatta , mi diede alcuni chiodi tutti storti e arrugginiti e mi invitò a raddrizzane qualcuno su una piastra di ferro usata da supporto sulle traversine di legno su cui appoggiavano le rotaie della ferrovia , arrivata in suo possesso non so come ! Ci misi tutta la mia perizia e il dovuto impegno per riuscire nell’intento , dietro i suoi consigli . Dato che il risultato fu accettabile dalla sua espressione di compiacimento mi invitò a inchiodare delle assi ( te strasceddre ). Lui le posizionava tenendo contemporaneamente in verticale uno dei chiodi appena raddrizzati i , poi mi invitata a battere sulla testa del chiodo , prima piano per poterlo invitare nel legno e senza colpirlo sulle dita , poi toglieva la mano e mi sollecitava a martellare sul chiodo fino in fondo , poi rigirava il manufatto e mi faceva piegare il gambo del chiodo fuoriuscito dalla parte opposta . Tale operazione si ripeté tante volte fino al lavoro finito , inutile dire che lui era contento della sua opera ma io certamente ho provato una vera soddisfazione con un pizzico di orgoglio per quanto ero riuscito a fare .
Ma….torniamo al dipinto ………! Intanto bisogna dire che queste attività , almeno a casa mia prendevano l’arco del pomeriggio Domenicale in quanto gli altri giorni erano dedicati perlopiù a tempo pieno al lavoro in campagna . Tra le attività primarie , la prima consisteva nella manutenzione degli attrezzi da lavoro , principalmente zzappe , zzappiteddre , sarchialure , rapatielli ecc. . Il lavoro consisteva essenzialmente nell’ancorare il manico della zappa ( lu mmargiale ) nell’occhio della zappa in modo ottimale e ben affrancato curando anche l’angolo della lama rispetto all’asse del manico . E’ chiaro e intuitivo che dopo ripetuti movimenti dovuti all’uso ripetitivo poteva succedere che l’affrancatura veniva meno con grave disagio del lavorante. Gli attrezzi in uso erano essenzialmente un martello , un po’ di cuoio inserito doppio nell’accoppiamento manico - zappa , accavallato e tenuto fuori in tensione e separato da un’assicella di legno di ulivo che, una volta affrancato e messo a bagno in acqua ne aumentava la tenuta . Di alcune piastre di ferro rastremate a sezione leggermente conica che , battute col martello sempre nell’accoppiamento manico – zappa , ne consentivano il serraggio ottimale . L’altro attrezzo indispensabile era un supporto su cui lavorare , l’ottimo era un ceppo di legno così come rappresentato nel dipinto . Non di rado mio padre, quando non riusciva a trovare la misura ottimale delle piastre fra quelle in suo possesso , usava in alternativa vecchie monete dell’epoca con l’effigie del monarca , c’era sempre a disposizione un piccolo tesoro in fondo a nu caleddru te alluminiu che ancora conservo .
L’altra attività era la manutenzione della bicicletta , l’unico vero vanto del contadino ! Era lo status symbol della categoria . I mezzi , dato l’uso di trasporto persone e di carichi pesanti ( per esempio interi sacchi di olive ) su percorsi sconnessi di campagna , erano un po’ conciati , imbrattati di polvere e con parti arrugginite , ma la differenza la facevano gli assi delle ruote che ognuno cercava di tenere sempre lucidi con l’uso di appendere sopra la superficie esterna un collare possibilmente di cuoio ricavato magari da qualche veccia scarpa . Poi venivano le riparazioni delle ruote , a volte si tornava a casa a piedi per le frequenti forature dovute ai percorsi accidentati e al consumo eccessivo delle coperture . Quasi sempre si arrivava a consumare il battistrada fino ad arrivare a intravedere le trame della tela prima di sostituirli . D’altra parte nell’economia delle famiglie questo era la regola da seguire un po’ per tutti . Ricordo gli attrezzi riposti in un sacchetto cucito da mia madre portato sempre a corredo nel tascapane della bicicletta ( li posseggo ancora per ricordo ), qualche chiave con le teste multiple a culozza che avevano varie misure per teste di bulloni e le immancabili cacciacurazze per smontare la cambretaria l’immancabile pompa cu lu caulisciùru , la limba cu l’acqua per vedere i punti di foratura , li forfici pè preparare le pezze te cambretaria usata , lu mastice e lu labbisi copiativu pè segnare li carotti . Una menzione particolare la meritava la vista te le cambretarie tutte chine te pezze in alcuni punti sovrapposte . L’altro aspetto da curare erano li freni a bacchette e le scarpette . Quando in base al consumo tirando le leve al manubrio andavano a fondo corsa con frenata scarsa , si era soliti deformare piegando con l’uso di una tenaglia le bacchette più lunghe in modo da accorciarne la misura e recuperare la corsa , questa operazione era usuale e ripetitiva tanto da deformarle in modo irreversibile .
Un’altra attività a cui si ricorreva col fai da te era la cura e la manutenzione che il contadino aveva per le scarpe da lavoro . Ricordo mio padre che , quando lo riteneva opportuno , diverse volte l’anno , un pomeriggio lo dedicava a questa attività . Le scarpe di provenienza militare ( comperate quasi sempre alla festa te la Lizza alli Picciotti erano importanti almeno quanto la bicicletta , in quanto dovevano essere rese morbide quanto bastava ad essere calzate senza danni ai piedi e dovevano essere anche idrorepellenti . Il contatto continuo anche della tomaia con la terra , sovente umida , specie quando si zappava in profondità , doveva consentire una buona tenuta . Alla bisogna si usava passare sovente sulla tomaia ( lu siu ) , sego animale , quasi sempre puzzolente e rancido che unito all’odore degli interni scarpe , facevano sì che tali oggetti erano sempre relegati il più lontano possibile dalle aree di soggiorno . Molta attenzione si poneva all’usura delle suole che dovevano durare il più a lungo possibile . Negli anni cinquanta e sessanta gli scarponi militari erano suolati quasi esclusivamente di cuoio , questo faceva sì che si prestavano molto bene a inchiodarvi come rinforzo le tacce te fierru sulle punte e sui talloni e di borchiare il resto della superficie di contatto al suolo con una serie di chiodi a testa grossa simili a quelli usati dai tappezzieri . Prima di questa operazione mio padre usava ricoprire le suole inchiodandovi sopra cu le samanzelle parti di copertone di bici dismesso ( non andava buttato niente ) , un sistema per salvaguardare ancora di più il consumo .
Ovviamente c’erano anche altre micro attività aggiuntive alle principali di cui sopra . In primavera veniva fatta la manutenzione della pompa usata per pompare periodicamente la vigna . Si agiva principalmente sullo stantuffo che scorreva nel cilindro e sui leveraggi lubrificandoli con olio , di oliva naturalmente , non c’era altro tipo di olio in uso . Questa operazione includeva anche la preparazione dell’ossido di rame ( lu verderame ) usato come anticrittogamico che veniva comprato a scaglie grosse come piccoli sassi e per agevolare lo scioglimento nell’acqua miscelata con un po’ di calce che serviva da ancorante sulle foglie della vite , lo si sgretolava il più finemente possibile sul pavimento di casa schiacciandolo con la zappa pesante .
A Giugno -Luglio in seguito alla mietitura e alla raccolta mediante espianto dei legumi maturati sulla pianta fino al completo essiccamento dei baccelli , si procedeva prima allo stacco manuale degli stessi dalle piante , se pulizzane le pisaddrare , (in questo termine erano inclusi tutti i legumi ) e poi dopo ulteriore esposizione al sole sulle lambie te le abitazioni , a essiccamento totale , si eseguiva la battitura col maglio di legno , ( la stompatura cu lu maju ) e la prima cernita a caduta libera sfruttando anche una leggera brezza che consentiva la divisione dei legumi dagli scarti , poi successivamente una seconda cernita manuale intra alli cranari .
Al tempo della vendemmia si usava fare la manutenzione alle botti per contenere il nuovo vino , all’uopo si procedeva prima con ripetuti sciacqui all’interno scotendo e ruotandole con intervalli brevi e all’esterno con una pezza imbevuta d’acqua per far prendere umidità al legno , poi dopo una nottata a bagno si rinforzavano battendo i cerchi verso la pancia per aumentare la pressione di contatto del fasciame e per ultimo si procedeva alla ‘nzurfatura che consisteva nell’accendere qualche centimetro di corda di zolfo legato a un filo di ferro e introdotto all’interno della botte attraverso il foro di carico . Si chiudeva col tappo e si lasciava bruciare fino a completa combustione , il tutto aveva lo scopo di disinfettarle da possibili residui di acido acetico , dannoso per in nuovo prodotto .
A Novembre , dopo la spillatura del vino nuovo si procedeva ai primi travasi in damigiane o botti più piccole con operazioni che richiedevano tempo e perizia . Potrei continuare ma……..mi fermo qui ! E’ sempre la passione per l’arte pittorica che mi dà modo di descrivere queste cose , certamente quelli della mia età le conoscono già ma …..….le nuove generazioni ? Loro non le hanno vissute e molti mai le vivranno perché irrimediabilmente perse . Ne ho avuto la riprova proprio questo Settembre , sono partito da Tuglie oltre la metà del mese senza sentire il classico profumo inebriante del mosto . Ho chiesto a un produttore come mai , la risposta è stata : ormai qui non si vendemmia più , il mosto arriva da altri siti e magari a maturazione inoltrata ! Che tristezza !! Pertanto quello che ho descritto sono come sempre , tratti della mia biografia e le mie esperienze di ragazzo vissuto a Tuglie per il primo ventennio della mia esistenza . Il solo scopo di queste mie storie è quello divulgativo e di coinvolgimento dei miei coetanei o quasi , sperando ovviamente che qualcuno mi legga . E’ sempre bello ricordare le cose vissute e condivise che ci accomunano e nelle quali ci si ritrova , almeno in parte , ma le ritengo utili soprattutto per le nuove generazioni , senza alcuna pretesa di insegnare loro niente , i miei sono solo strascichi di vita vissuta scritti con la passione di raccontare la nostra Amarcord Tugliese. Lo spunto scaturisce sempre dalla mia passione di dipingere scene della nostra gente e la molla di commentarne i contenuti ha il solo scopo di rendere testimonianza e ampliare la conoscenza di quello che era la vita in quegli anni del dopoguerra . In tutto questo sono stato ispirato da un C.D di Renzo Arbore di qualche anno fa dal titolo “” Prima che sia troppo tardi …………….”” E poi , mi piace pensare che ci sia sempre qualche giovane con un tasso di interesse tale da spingerlo a interessarsi di queste cose che sono alla base delle proprie radici o più semplicemente , mosso solo da pura curiosità , personalmente ne sarei già contento. Comunque …. chissà ……!!




                           Ritorno dai campi - 2013 - olio su tela - cm. 50 x 70

Questo è un lavoro che coglie un aspetto un po’ particolare di un vecchio contadino che ritorna dai campi, il cielo è colorato un po’ di rosa che rimanda all’approssimarsi del tramonto e il vecchietto è in groppa di traverso alla sua “ jeep pelosa “ ( termine tecnico usato dagli Alpini portatori di muli ) , si avvia verso casa con a guinzaglio una coppia di giovani cani che incedono a passo un po’ spedito dietro l’asino che fa l’andatura. La scena se vogliamo è anche un po’ anacronistica nel senso che è difficile assistere oggi a scene simili , i contadini hanno da tempo sostituito il somarello con l’Ape , ma per certi aspetti per me il tempo si è fermato a mezzo secolo fa e queste sono scene che a volte ritornano nei miei pensieri e mi riportano indietro quando il mondo era molto più semplice e la gente molto più buona , e chi mai può intaccare questi miei pensieri ? Nessuno ! Da spirito libero questo è un omaggio a quelle persone che hanno speso la loro vita lavorando duramente in quel mondo che è stato anche il mio e della mia famiglia. Il paesaggio è tipico della campagna Salentina con i cumuli di pietra calcarea ( specchie) a testimonianza della fatica fatta per emendare il terreno , strapparlo all’incuria e renderlo coltivabile . Nel paesaggio vi è parecchia erba un po’ disseccata che contrasta con le chiazze di verde circostante e gli alberi sono quelli tipici degli arbusti di macchia mediterranea che crescono a ridosso dei cumuli di pietre e pareti a secco della nostra campagna Salentina




                       Vita da pensionato – 2013 –olio su tela – cm. 50 x 70

Per questo lavoro mi sono ispirato agli anziani e ai nonni , lo scorso 2 Ottobre è stata la festa dei nonni, una ricorrenza civile introdotta in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005, quale momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società, non a caso il 2 Ottobre è il giorno in cui la chiesa cattolica celebra la festa degli gli Angeli Custodi ( tradotto ai nostri giorni : i nonni ) . Essa è anche la mia festa, e quest’anno l’ho voluta celebrare a modo mio , con questo dipinto . In esso ho voluto rappresentare un aspetto della vita di un pensionato , anche lui nonno che tra l’altro ha l’incombenza di badare al cane che nel frangente si è fermato al suo solito posto per fare il solito bisognino . L’ambiente è quello tipico delle nostre strade di paese dove il bianco delle case è predominante sotto la luce del sole . Nel quadro vi è un altro aspetto che non sfugge all’osservatore attento e cioè il cane che è al guinzaglio ha il pelo folto e curato , segno che i pasti giornalieri sono assicurati a discapito dello scotto da pagare che è appunto il guinzaglio, segno di mancata libertà. Il cane che è all’angolo ha un aspetto un po’ macilento , segno di una vita grama e sta osservando la scena, forse invidiando un po’ l’altro suo simile o forse sta meditando che : “ al diavolo i pasti gratuiti e assicurati “ , meglio mangiare poco e occasionalmente ma conservare la libertà ………..” insomma, vi lascio alla vostra libera interpretazione . Ovviamente anche queste elucubrazioni mentali fanno parte del mio mondo e del modo di vedere le cose , dando loro un aspetto un po’ inusuale, quale la pseudo follia di pensare che anche i cani siano esseri in grado di pensare e ragionare ma a me piace pensare che sia così !




                          Vecchio fumatore – 2013 – olio su tela – cm. 50 x 60

La scena è eloquente , per l’ambientazione immaginatevi un vicolo di uno dei nostri paesi del Sud in una giornata di sole calante con la temperatura fredda e ventosa e calatevi nei panni di questo vecchietto che vuole fumare a tutti i costi . Pensate anche che , sicuramente sarà pieno di acciacchi per l’età avanzata , ciò nonostante trova il proprio soddisfacimento nell’atto di accendersi una sigaretta e fumare , forse una delle ultime cose della sua vita che gli danno un po’ di piacere e soddisfazione , per il resto , qualora ci fosse qualcos’altro da aggiungere …….. mettetecelo voi! Il gatto , anche lui desideroso di assaporare un po’ di calore del sole ( e mi piace pensare anche un po’ di calore umano ), contribuisce a riempire un po’ la scena .




                      Scena di vita contadina – 2013 – olio su tela – cm. 50 x 70

Eccomi ancora a parlare a voi , amici di Tuglie del mondo contadino di una volta tramite questo ultimo lavoro dal titolo : “ Scena di vita di vita contadina “. Su questa tela ho voluto ritrarre questa scena che rimanda ad almeno mezzo secolo fa ". Uno strappo alla regola, un regalo a discapito dell’innovazione tecnologica di un mestiere che per me rimane intimamente legato alla tradizione contadina . Trattasi del mestiere del cordaio ,
“ lu zzucaru “
che produceva corde di ogni spessore e lunghezza, partendo dalla canapa e dal cotone che sgranava e filava servendosi “ te na macinula “ intorno alla quale avvolgeva il filo; quindi intrecciava più fili, procedendo all'indietro , da qui il detto “ nu scire a rretu comu li zzucari “. Ricordo mio padre che usava usare questa frase quando , da ragazzo , mi metteva in mano “ la sarchialura ” per estirpare l’erbaccia in modo da agevolarlo quando zappava “ cu la zzappa te scatina “, solo che io per “ nu stumpisciare “, (per non lasciare impronte) dove avevo appena estirpato l’erba , procedevo all’indietro , credendo di favorirlo , memore del fatto che lui usava dirmi spesso : nu scire stumpisciandu a occhiu , ca ogni patata ca minti a ‘nterra ete comu nu chiou “, specialmente quando il terreno era umido e l’impronta del piede era molto vistosa e la terra si compattava opponendosi all’azione della zappa . Allora mi redarguiva con cipiglio e a voce decisa che non lasciava spazio a fraintendimenti “ credere , obbedire e zappare “ come voleva lui ovviamente , procedendo in avanti ! Ma torniamo “ alli zzucari “ !! Mani svelte e dita agili, che si muovono freneticamente ad attorcigliare la corda, che nasce, metro dopo metro, dal lavoro certosino dei cordai di un tempo. Una lavorazione affascinante, che sa di antico, di facce umili, scavate dalla vita all’aria aperta , di espressioni difficili oggi da ritrovare. Quella dei cordai , un'arte, fatta di rituali che si sono ripetuti negli anni, immutati, stagione dopo stagione. Questo antico mestiere è proseguito per secoli finché la storia l'ha mantenuto in vita , un'economia fragile, basata su paghe sempre troppo basse, su attività a conduzione familiare, dove i figli subentravano ai padri, fin tanto che il profitto è bastato , fino al dopoguerra , salvo casi sporadici di qualcuno che non si è arreso tanto facilmente , poi , anche gli ultimi cordai rimasti hanno smesso, incapaci di competere con l'industria e con l'avvento delle fibre sintetiche che hanno messo fuori gioco la loro antica manifattura. Quella tra i cordai e la tecnologia è stata una sfida strenua : le macchine l'hanno avuta vinta ! Fare la corda era un lavoro duro ma affascinante, vederla fare , lo era molto di più : si era come calati nella storia antica , i rumori e i profumi erano quelli di un tempo. Le sensazioni uniche. E' davvero un'arte, carica di cultura, impressa nei volti e negli sguardi dei vecchi cordai di una volta.
In questo lavoro però ho voluto rappresentare un vecchio contadino che seduto all’interno di un vecchio cortile come ce ne sono tanti nei nostri paesi Salentini dove il tempo pare essersi fermato, e dove riecheggia il rumore sommesso della tradizione, come se non si fosse ancora rassegnato all'estinzione . A testa bassa , concentrato sui movimenti , intreccia manualmente una corda grezza di giunchi ancora verdi , freschi di raccolta quindi molto duttili all’intreccio senza servirsi di attrezzi tipici del cordaio , in un’azione tipica del “ fai da te “ . Per dovere di cronaca va detto che nel Salento il giunco cresceva nelle paludi di Torre Lapillo a nord di Porto Cesareo sulla costa ionica e a Rauccio, presso Torre Chianca, o verso la zona umida di Torre Guaceto , sulla costa Adriatica . Memore di quando io da ragazzo , assiduo e attento osservatore , usavo spesso sostare nei pressi di qualche artigiano per carpire il segreto e studiare i modi di procedere nella costruzione dei loro manufatti , ho voluto metterci una bimba che , un po’ per curiosità e un po’ affascinata dalla manualità dell’anziano si è messa in atteggiamento arrendevole di sosta con le mani dietro la schiena e osserva attentamente la procedura dell’intreccio. La scena l’ho immaginata negli anni cinquanta e le mie reminiscenze mi hanno fatto ricordare un po’ di : “come eravamo “ e , memore degli usi di quell’epoca gli ho “ cucito addosso “ un vestitino che era tipico di quegli anni , piuttosto lungo e un po’ intrecciato in vita , il visino paffutello e con in testa un fazzoletto a mo’ di contadinella . Non poteva mancare il suo amico fidato che si è accovacciato accanto umile e ubbidiente che contribuisce ad arricchire la scena . Spero come sempre di aver fatto cosa gradita a quanti mi leggeranno . Il mio cuore è sempre ancorato alla gente di Tuglie e ai tanti ricordi indelebili che popolano tutt’ora la mia mente.




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Salvatore Malorgio  
Tugliese D.O.C. e modesto artista contemporaneo.


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