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Sono quarant’anni che vivo lontano da Tuglie e il rapporto che ho col mio paese non è certamente così stretto come lo era una volta, certamente ho ancora tanti amici che frequento nel periodo estivo ma per tanti altri aspetti molte cose sono cambiate, il tempo trascorso ha lasciato il segno, nuove generazioni, quindi tante nuove facce, anche il paese è cambiato ( in meglio ), tutto ciò è nell’ordine delle cose e forse rientra in quest’ordine anche il fatto che alla mia mente sovente si affaccino tanti ricordi della mia vita vissuta a Tuglie. Io, Salvatore Malorgio, nato a dravanda allu Rraona e crisciutu sulla Longa chiamata quiddri anni puru ( Corea ), percè ‘nc’erane tante famije te fede comunista “.
Anni indimenticabili, e non solo per me, mi fa piacere che tutt’ora quando parlo con gli amici che hanno condiviso con me “ puru na mozzacata te pane “ ci troviamo a parlare inevitabilmente di quel periodo. Ho assimilato talmente bene tanti di quegli eventi che a distanza di cinquanta anni li ricordo ancora come se fossero ancora vivi al punto che a distanza di mezzo secolo sono uno stimolo a rappresentare almeno qualche aspetto di quegli anni con il mezzo a me più congeniale : l’arte pittorica.
Questo lavoro è dedicato ad una categoria di persone che hanno contribuito col loro lavoro allo sviluppo del nostro amato paese, i personaggi ivi rappresentati appartengono al mondo contadino Tugliese e in particolare alla categoria “ te li farrari e te li carratori chiamati puru giustatraìni “.
Questo quadro vuole essere un omaggio alla memoria di queste persone il cui mestiere mi ha tanto affascinato. A memoria cito di seguito quelli che ricordo ( spero in assenza di errori ), in particolare : Nocella Emanuele = mesciu Manueli ( farraru ) - Salvatore Barone = mesciu Totu Barone ( maniscalco ) – Giuseppe Natali = mesciu Peppe Saulle,( carratore ) - Giovanni Erroi = mesciu Ninu RRoi ( farraru ).
Io da ragazzo sono entrato in contatto con queste persone per via che il loro mestiere consisteva anche nella realizzazione e la manutenzione degli attrezzi dei contadini, “le zzappe” appunto. Io conservo un manufatto appartenuto a mio padre che si fece forgiare appositamente “ te mesciu Peppe Saulle, na zzappa cu la punta a pizzu comun la pala te frabbacatore “, fatta apposta “ cu trase meiu quando bbinchi, ticia sirama ( lu Saiu te lu Rraona ) “.
Fin da piccolo sono stato interessato molto ai vari mestieri e avevo sviluppato molto un notevole spirito di osservazione. Rimanevo affascinato quando mesciu Manueli farraru ferrava i cavalli, la fiamma della forgia accalappiava la mia attenzione e la stessa attenzione ponevo nel vedere lavorare i ferri sull’incudine e la meraviglia di scoprire che i chiodi che fissavano le staffe agli zoccoli del cavallo erano costruiti al momento dallo stesso mesciu Manueli. Un’altra cosa che mi rimase impressa la prima volta che assistetti alla ferratura di un cavallo era che, una volta finito di forgiare la staffa, prima della chiodatura effettiva, si faceva adagiare la stessa ancora rovente allo zoccolo sostenuto dalle mani di due persone. Io aspettavo la reazione violenta del cavallo al contatto del manufatto che sviluppava una nuvola di fumo, frutto della combustione superficiale dell’osso bruciato che ne usciva fumate col calco di adattamento e senza reazione dell’animale.
A memoria ricordo che questi lavori si svolgevano per strada dei pressi di abitazioni rustiche e annerite dai fumi della forgia, nel quadro ho voluto ricreare un po’ l’ambiente ( notare i vetri rotti delle finestre e un certo disordine di oggetti vecchi e arrugginiti appoggiati alla rinfusa ). A quell’epoca mio padre aveva preso a mezzadria “ na partita te vigne alla parte te sotta allu Calvariu “ e proprio da quelle parti “ nc’era la puteca te mesciu Peppe Saulle “ che consisteva “ a na rimesa scazzafittata ca a mie me paria comu l’antru te Polifemu. Mesciu Peppe era essenzialmente “ nu carratore, cioè, giustava traini “ ma l’altra attività attigua era che ci sapeva fare con la forgia.Io non appena il lavoro nella vigna allentava mollavo tutto e di corsa ( vista la poca distanza che mi separava ) correvo a vedere “ sta puteca “. Una volta arrivai “ a shiaccu te mariscu “ e approfittando dell’assenza te “mesciu Peppe”, entrai “intra la puteca vistu ca ‘ncera la porta scarassata ” ed ebbi tutto il tempo di guardarmi bene attorno senza sentirmi osservato. Io ero già avvezzo a fantasticare alla vista degli attrezzi di falegnameria tenuti in bella mostra “ intra la sottoscala te la nonna ‘Ntina ( Fiorentia ) e te lu nonnu Vantura ( Bounaventura ). La nonna ‘Ntina nde ticia sempre a mauma : stu lampu te vagnone tutte le fiate ca vene a casa mea, topu nu picca sparisce, ma ieu lu sacciu già ca ci hoi cu lu troi basta cu bai intra la sottoscala “.
Alla vista di quegli oggetti in parte nuovi e mai visti prima, e di quei banchi da lavoro pieno di pezzi di legno parzialmente lavorati “ cu l’ascia e cu lu chianozzulu “ e tanti trucioli sparsi, rimasi estasiato dalla maestria nella costruzione dei pezzi che componevano “ le rote te trainu “, le quali, quelle già finite, erano appoggiate in bella mostra alle pareti interne belle e pitturate con tutti i ghirigori di tanti colori su sfondo giallo. I disegni erano talmente belli e precisi, così bene sviluppati sul raggio esterno che mi chiesi subìto come poteva fare “nu forgiatore, cu ddre mani crosse e chine te caddri, trattare cu n’abilità te n’artista sia li culori e sia lu pinneddru picciccu ”. Il mistero rimase ed è tutt’ora insoluto, oso pensare che quello della pittura con decorazioni era opera di qualcun altro. Sicuramente a quell’epoca già sviluppavo tendenze artistiche, abituato com’ero a vivere per via del mestiere di mia madre ( disegnatrice e ricamatrice di biancheria da corredo ) tra matite, carte copiative, gomme da cancellare e matassine di cotone colorate. Da qui l’innato spirito di osservazione per tutto quello che era disegno e colori e già a quell’epoca mi cimentavo nell’arte del disegno e all’uso dei pastelli. Un fatto durante quella visita mi rimase impresso ! Sul banco da lavoro notai che, ancorato su “ nu scanniteddru “c’era montato un affare a forma di imbuto con una manovella di notevole proporzione se rapportato all’oggetto simile casalingo usato da molte massaie per macinare la carne “ nu macianacarne, appuntu “. All’esterno era macchiato di diversi colori e ne dedussi che la sua funzione era la stessa, solo che in quella bottega era usato per macinare o stemperare prima dell’uso i fondi di barattoli vecchi di colori un po’ disidratati. La curiosità mi spinse a salire su uno sgabello e a guardare dentro la parte ad imbuto. Con mio sommo orrore vidi all’interno sui piani inclinati dell’imbuto un guazzabuglio di residui di vari colori che si erano depositati sul fondo che coprivano per intero la grossa vite senza fine che annegava in una specie di poltiglia di colore indefinito. A quella vista rimasi letteralmente scandalizzato, e nella mia fantasia di ragazzo mi chiesi subito chi poteva aver concepito un simile orrore, quella di mischiare in modo indiscriminato tanti colori, a quale scopo? Non l’ho mai saputo! Di sicuro, nella mia testa abituata a pensare in modo razionale ai colori e al loro uso, in quel momento, quella cosa non l’ho mai accettata e forse proprio per questa ragione rimase scolpita nella mia mente ! “ Mah !! E ci buliti ! Fantasie te vagnone ………. “
 




.......i volti non sono certo di gente conosciuta ma anche se anonimi rispecchiano lo spirito col quale li ho voluti rappresentare. Mi sono ispirato alli vecchiareddri te su la LongaLu Subistianu Cucuzza, lu Stinu Patera, lu Carmunu Fezzaluru, lu Biagiu Nticu, lu Nanu Marineddru, lu Tore Calandra e tanti altri. All'occhio del profano può sfuggire qualche particolare sugli oggetti posti in tavola e il contenuto di essi, e mentre sono visibili il pane, le uova lesse, il contenitore di coccio contenente lu sale stumpatu in cui attingere le uova appunto, vi può avere difficoltà a vedere la tijeddra china te pampasciuni ddelassati e la coppiteddra china te ciciari rrustuti. Mi ricordo sempre quello che diceva sempre mio padre e lu nonnu Vantura, quando oi cu proi lu vinu bbonu, t'hai mangiare prima nu pusciddru te ciciari rrustuti, naturalmente non mancano le purpette caute caute che sta portando l'oste cu la manu sinistra e cu lu bottu te lu vinu alla mano destraquiddre nu mancane mai alla puteca te vinu.
Sono visibili inoltre sulla scala lu mbile, lu stangatu e lu capasone te crita, nu musceddru, le ficalindie pe lu iernu, e come insegna, la cima te murteddra e l'asu te mazze e poi la macchina d'epoca, lu ciucciu appuntu, tutte cose usuali e essenziali della vita contadina di una volta........
 





E’ per me una gioia e una gratificazione intima, avvalendomi delle mie modeste capacità pittoriche, continuare la galleria dei ricordi in terra di Puglia, a Tuglie, sulla Longa nel ventennio che va dagli anni cinquanta agli anni sessanta.

Questo lavoro è dedicato alle donne, alle nostre donne del sud, alle nostre mamme e alle nostre nonne che con grandi sacrifici ci hanno generato e cresciuto in quegli anni così precari e difficili del dopoguerra, a loro che sono state sempre l’asse portante dell’economia delle nostre famiglie già di per se stesso povere giacché erano in massima parte di estrazione contadina.

Loro sono state in prima linea nella conduzione familiare e le loro attività non erano solo quelle domestiche ma le portavano a lavorare attivamente nei campi, e il loro contributo all’economia della famiglia era sempre prezioso e determinante. Io parlo con cognizione di causa avendo vissuto in quel contesto all’interno della mia famiglia e di quella dei miei nonni materni; della nonna Ntina ( Fiorentina ) e del nonno Vantura ( Buonaventura ).I nonni paterni non li ho mai conosciuti in quanto defunti quando mio padre ( lu Saiu te lu RRaona, detto anche Saiu panecottu ) li ha persi dall’età di sette anni. lui stesso ha sempre avuto un vago ricordo di loro e per la cronaca non ho mai posseduto neanche una loro foto.

Si cominciava a lavorare a Febbraio con la semina e la potatura delle vigne e la raccodda te le sarmente e si finiva Novembre dopo la raccolta te le ulie, c’era una pausa di circa due mesi invernali e in cui i lavori casalinghi abituali di pulizie e cucina quotidiana erano incrementati dai lavori di filatura, sartoria e confezione di maglie di lana, per lo più intime. Insomma i lavori non finivano mai e si viveva nella continua precarietà dovuta alla scarsità di risorse e di mezzi di sostentamento che portavano allo stress e all’abbruttimento. Non dimenticherò mai alcune scene al lume di petrolio verso la fine degli anni cinquanta, all’ora di cenare quando i miei genitori non avevano i soldi sufficienti per un filone di pane con mio padre mortificato e mia madre che avvilita, mentre cercava di cucire qualcosa, a testa bassa, in silenzio e in penombra piangeva e si sforzava di non farsi vedere. Ancora, più o meno in quel periodo, quando dopo tanto lavoro fatto da mio padre e da tutti noi in famiglia alla vigna delle ( Tre Filare ) presa a mezzadria, venne una grandinata che si portò via il frutto di tanto lavoro, mio padre in un angolo della casa accasciato sulla sedia che sembrava un condannato a morte dopo una bastonatura e mia madre seduta vicino alla banchiteddra che piangeva lacrime silenziose cercando di non perdere la dignità messa a dura prova da quell’evento.

In questo dipinto ho cercato di stigmatizzare quei ricordi tristi e mi sono adagiato sulla rappresentazione di una scena familiare tanto comune nei nostri paesi agricoli, una nonna, in rappresentanza delle nostre donne che fila la lana vicino al camino in cui arde il fuoco cu li taccari e asche te ulia e l’immancabile pignateddra in cui cuociono verosimilmente i legumi ( li rraumi ) fonte primaria della civiltà contadina. Mia madre li serviva a mio padre con pezzi te pane all’oiu fattu e come contorno le ulie e quando era la stagione cu li peparussi fritti. Mio padre, dopo una giornata di duro lavoro in campagna e col sano appetito di contadino “” sia ci mangiava !! “” corroborando il tutto cu nu bicchiareddru te vinu, pe la verità, anche toi o trete e anche noi contribuivamo a farci onore alla santa taula.In bella mostra sul cornicione te lu focalire nc’è na coppa te rame russu, nu fierru te stiru te ghisa e nu fiascu te vinu cu lu bicchieri. Vicino alla nonna, nu banchiteddru su cui ncete na sicchetta te lana e al quale nci suntu ttaccate le canne che fungevano te supporto alla lava pettinata. Mi sembra di vedere la mia nonna Ntina che passava in silenzio le lunghe ore invernali dedicate a queste attività intervallate alla recita del Santo Rosario cu li patarnosci sempre a purtata te manu intra la mantera. La sera era dedicata alla lettura di qualche libro, ricordo ancora qualche titolo : (La cieca te Surientu, Lu conte te Montecristu, li Promessi Sposi e Quo Vadis), leggeva a voce alta in modo che lu bunanima te lu nonnu Vantura,contadino analfabeta, ascoltava e seguiva il racconto, e comu nde piacia cu sente!! Bisogna tener conto che a quell’epoca non possedevamo neanche una radio !

Quando mia madre cominciava a fare questo tipo di lavoro io già mi mettevo in apprensione al pensiero che lei poi adoperava quella lana filata pe cusire alli fierri le camisole te lana pe lu jernu, ca quandu te le mintivi te cijavi tuttu, era preferibile na beddra vertullina te mazzate ca almenu turane picca, mentre lu ciju te li purtavi almenu pè tre o quattru giurni. Poi però stivi cautu!

Quanto sopra vuole essere un "rimembrare ancora" la bellezza e la drammaticità di quegli anni della mia formazione alla vita e penso che a raccontare queste cose fissate indelebilmente nella mia mente, possa far piacere a quanti avranno la bontà di leggerle che come me, hanno vissuto situazioni simili. In ultimo, penso che da questi accadimenti, qualche giovane contemporaneo che abbia una certa sensibilità per questo genere di cose, possa trarre qualche insegnamento e qualche considerazione. Lungi da me la presunzione di voler insegnare a qualcuno qualcosa, la mia è solo una modesta testimonianza di un mondo che è stato e che non c’è più, in ogni modo, c’è sempre da imparare qualcosa …….!!

 


Con questo lavoro a pastello continuo la carrellata rappresentativa di alcuni aspetti della vita che si viveva in epoca passata, parlo almeno di cinquant’anni fa nei nostri paesi al Sud , nello specifico, a Tuglie, la mia cara Tuglie. Ebbene si, ci vuole proprio una buona dose di inguaribile romanticismo di cui evidentemente sono affetto per rivangare quel periodo ormai passato che solo quelli della mia età hanno fatto in tempo a vivere e perché no, a godere e assaporare. I ritmi di quell’epoca non hanno niente  a che vedere coi nostri giorni ed era forse per questo che sono stati vissuti e impressi  indelebilmente nella mia testa. La figura rappresenta un contadino che rientra dalla campana a bordo di uno scialabà, sullo sfondo una veduta dell’abitato tipico dei nostri paesi con le case il cui colore dominante era il bianco e lo è ancora in alcuni centri storici. Il ricordo va a questo tipo di veicolo oggi sostituito dalle auto moderne ma che all’epoca rappresentava  un po’ lo status-simbol di alcune fortunate persone che ne possedevano uno. Intanto lo scialabà ( ricordo che lo chiamavamo lu sciarabà ( col la erre)  detto comunemente lu to rote era un manufatto che usciva dalle botteghe dei carpentieri/carradori ed era un piccolo capolavoro di ingegneria meccanica e rappresentava ai giorni nostri la macchina fuoriserie. I possessori erano quasi sempre li trainieri  che oltre allu trainu cu li ncasciati taniane puru lu sciarabà adibito essenzialmente al trasporto di piccole derrate alimentari e come secondo uso per passeggio, ( un lusso a quei tempi ) ! Alcuni avevano lu seggiullinu foteratu te vera pelle e la cappotta ca se putia zzare e basciare a seconda te le necessità  ed era tale da trasformarlo in un calesse. Nell’insieme il mezzo si presentava anche bello da vedere, normalmente costruito cu dò stanghe pè l’imbracatura te lu cavaddru o te lu ciucciu o ciuccia, il fondo del carretto ( la littera ) era costruita con assicelle parallele intervallate da vuoti per dare leggerezza e signorilità alla “ machina a dò rote “. L’eleganza  era evidenziata oltre che dalla cappottina anche dai parafanghi alti e ben sagomati, li staffuni laterali ca sarvine pè nchianare sullu mezzu , la martellina pè frenare, e come possibile opzional anche la lanterna laterale a petroiu  che sostituiva gli attuali fari, non mancava mai lu scurisciatu per stimolare l’animale. Ricordo benissimo che vicino a casa mia, sulla Longa, nc’era lu bunanima te lu Carmunu Fezzaluru ca lu tanìa, normalmente quando lo usava o veniva dalla campagna, lo parheggiava vicimo alla porta te lu sciardinu te via Cesare Battisti, arretu alla rimesa all’angulu te via Nazario Sauro propriu te fronte alla partita te Donnareste ( Don Orestre ). Io ogni volta andavo vicino a curiosare sul tipo i trasporto che portava a casa ( c’era sempre latente il desiderio di voler mangiare le cose che abitualmente portava a casa, il più delle volte panare te frutti ca a casa mea nù se putine bbire ), e me lo osservavo nei minimi particolari e ogni volta era come la prima, ero sempre affascinato. Mi ricordo in particolare che un giorno di  Agosto, poteva essere il  1957? - 1958 ?, verso le dieci di mattina arrivò dalla campagna ( tania terra  sotta li Beddri ) cu lu sciarabà caricu te canisce, te panari e panareddri  ncoculizzuti te fiche ca erane nu spettaculu. Io non ne avevo vista mai tante, la nostra produzione familiare era molto modesta rispetto a quello che vidi quel giorno e noi  ragazzi ( a casa per le vacanze estive e quindi per strada dediti al gioco ), tra i quali : ( prima ieu, Salvatore Malorgio ( Fiju te lu Saiu Panecottu, armiere del gruppo e capubanda in quanto miglior cervello pensante per tutte le nostre attività “per la verità non tutte lecite” ), Raffaele Giuranno ( Rafele Muscia ). Silvio Giorgino  ( Silviu te lu Marzanofriu ), Flavio Rizzelli ( Flaviu Citiciucci ), Tommaso Marzano  (Tomasinu Patissa ), suo cugino Antonio Marzano ( l’Ucciu Pativitu, fiju te lu Gesarinu Pativitu ), l’altro suo cugino, Ippazio Marzano ( lu Paziu Pativitu , fiju te lu Carmunu Pativitu ), Danieli Cosimo ( lu Cosiminu te la Uccia Cursara ), Carmelo Pezzulla ( Carmelucciu te la Saia Occhijanchi ), suo cugino Elio Nocera ( fiju te la Maria Pizzulla ) Saverio Maggio ( Severinu Maggiu ), Enzo Natali ( Enzu Parata ),  De Santis Rocco ( Roccu Scarpa detto anche Roccu Sciardinieri – dal nonno paterno la cui ngiuria era Sciardinieri ), e forse qualcun altro a guardare tutto quel ben di Dio con evidente avidità. A  quei tempi la fame era costante specialmente per noi ragazzi che non stavamo mai fermi e pertanto aventi bisogno di continue energie. Ricordo che ben presto la moglie te lu Carmunu, ( la bunanima te la Vata Fezzalura e sua figlia Ntunietta ) organizzarono l’aiuto necessario per la lavorazione di tutta quella merce, troppa per due sole persone.Quel tipo di derrata alimentare era preziosa e rappresentava un po’ la benzina per l’inverno ( cu nà poscia te fiche siccate e nu stozzu te pane li cristiani facine cinque ore te zzappa, me ticia sempre Sirama ). Il trasporto delle succose vettovaglie sulla lambia te la Vata fu di nostra competenza, il che ci fruttò un abbondante assaggio, le vicine di casa invece, munite di coltello, prestarono la loro opera “ pè spaccare le fiche sulli cannizzi “ giacenti già in loco. Bei ricordi !!!! Tutto ciò lo dedico ai miei compagni di giochi e amici di quell’epoca, la cosa bella che mi piace evidenziare è che a distanza di tanti anni e a dispetto delle nostre esistenze dislocate in diverse parti d’Italia e della Svizzera, almeno con quelli che ho la fortuna di vedere con  cadenza annua li sento ancora “  Amici  “  e questo mi appaga, tanto da aver  osato parlarne in questa pagina e su questo sito. A quanti mi leggeranno invio i miei sinceri saluti e abbracci fraterni e chiedo umilmente scusa a quanti si sentiranno un po’ offesi  per la licenza che mi sono presa  nell’annoverare accanto ai nomi anche i rispettivi soprannomi,  non sempre  graditi , ne sono certo, da ognuno di noi che pure li abbiamo ereditati senza averli richiesti, ma…………questa è la nostra  storia  !!!!!!



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Salvatore Malorgio  
Tugliese D.O.C. e modesto artista contemporaneo.



 
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