Tuglie...per raccontar paese...
 
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SALVATORE MALORGIO:
DALLA RAPPRESENTAZIONE QUOTIDIANA ALL’OPERA UNIVERSALE
Uno degli ingredienti essenziali dell’espressione artistica risiede precisamente nella magia carismatica di trasformare le scene ordinarie di un mondo modesto, comune, abitudinario, in una visione universale, unica, che prescinde dal tempo. Le prime esperienze pittoriche di Malorgio mostrano vedute tipicamente rurali, frutto di uno studio attento del paesaggio in tutte le stagioni e in tutti i suoi aspetti, visto con l'occhio dell'artista, quasi un canto orfico che si leva spontaneo in onore alla natura. Sempre in questa prima epoca nascono anche i dipinti che non sono mere raffigurazioni della fisionomia, ma manifestazioni dell'interiorità e del carattere, studi psicologici definiti dalla vivacità degli sguardi e dell'espressione. La forza d’ispirazione del Maestro Malorgio risiede proprio in questa funzione minima ma imprescindibile, inimitabile della sua tecnica pittorica. La prima volta che ci si avvicina alla sua opera, si rimane colpiti, perché si scopre la varietà e l’originalità della forza di suggestione dei suoi quadri. L’artista sa ritrovare mediante una scena intima, un paesaggio silvestre o un volto drammatico, il primo palpitare che mette in rapporto l’uomo con il mondo. Ogni disegno racchiude un dramma, un mistero, un enigma, perfino l’evocazione di una coscienza in pena, che soffre nella sua fragile esistenza. L’artista è rimasto affascinato da un postimpressionismo del primo Novecento, così da rendere i dati della realtà umana e paesaggistica nell’essenzialità delle forme e dei colori. Non di rado nei paesaggi si richiama anche a emozioni più profonde e creatrici. Henri Bergson accennava spesso a questo concetto suscettibile di liberare l’ispirazione dell’atto fecondo. L’emozione che ci anima a consolidare l’autonomia dell’arte, grazie ad un fascio di passioni interiori che ci stimoli a trasformare le nostre percezioni in un insieme di forme, colori, linee, prospettive, volumi costituendo la base dell’opera d’arte. Le regolari stesure cromatiche ricordano le variazioni dei grandi maestri impressionisti preludenti all’astrazione con fenomenali effetti d’insieme. Nell’evoluzione dell’opera malorgiana, la linea diventa più distesa, il colore più candido, anche più morbido, con effetti di romantica nostalgia. Dipingere, come fa Salvatore Malorgio, non è soltanto uno sfogo dell’anima, è diventato perfino una seconda natura. I contrasti cromatici inaugurano il carattere singolare dei personaggi che raggiungono la sfera della rappresentazione universale mediante la rappresentazione di un simbolismo mitico. Il pittore salentino raccoglie nei suoi dipinti gli umori delle nostre terre osservandole da lontano ma anche fissandone il loro fermentare da vicino. Nei suoi quadri autunnali le rade foglie sfarfalleggiano sotto il capriccio del vento in un movimento improvvisato degno di un ballet di Maurice Béjart. Sul quadro si cristallizza il tessuto vibrante di un respiro, di un alito, di un universo in una modulazione perpetua. Nella simbiosi dell’ingegniere e dell’artista appare una matassa di segni sotto la quale si nasconde il palpitare della vita. La pittura per Malorgio –almeno così ritengo osservando i suoi quadri— non è soltanto una semplice comunicazione dell'emozione segreta del vedere: è un immergersi negli umori della natura, un viaggio insolito, come uno studioso che analizza il lato scientifico e quello emotivo:
 
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu'importe?
Au fond de l'Inconnu pour trouver du nouveau ! (Baudelaire, Le voyage)

 Popolo-della-strada--2004--
Popolo della strada

Il Salvatore umanista, l’“honnête homme” di Montaigne, raggiunge il Malorgio, scienziato in una costante meticolosità di orefice. La scioltezza del tocco si armonizza con la consapevolezza di rendere i riflessi di una luce quasi irreale. Il pittore tugliese non esita a consegnarci quel “qualcosa in più” che definisce il capolavoro singolare, originale, vergine. L’atto del dipingere malorgiano gira la pagina del passato per orientarsi verso una prassi nuova, uno sperimento supremo, più intenso. Si avverte come la natura amica viene trasfusa sulla tela sotto la carezza del pennello di Malorgio cogliendo con immediatezza l’essenza della realtà. Le macchie cromatiche adagiate a regola di mestiere si trasformano in volumi, colori, prospettive, sfumature, luce, controluce, angoli, strutture, mosaici di forme, per diventare, in ultima istanza, creazione, comunicazione, espressione, puro lirismo di un realismo magico. Con riferimento alla testimonianza dei ritratti malorgiani, non possiamo ignorare il legato delle sue origini. La presenza del contadino in terra salentina, evocata in tante occasioni, suggerisce una chiara evidenza che Salvatore non dimentica, non sa dimenticare, non può dimenticare: le sue radici rimangono ben affondate in quei viottoli di campagna percorsi tanti anni fa in un’infanzia disinvolta. Il contadino patetico, autentico, immobile, seduto su una pietra secolare, l’uomo che rimane in silenzio per tanti giorni, con gli occhi sperduti sull’abisso della sua esistenza, il campagnolo dal volto raggrinzato, sdentato, il rustico elaborato dal Malorgio ride poco, lo sentiamo amareggiato, rassegnato sotto i colpi di un destino ingrato, di una terra poco generosa, di un ambiente aspero.
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Vite randagie

Il contadino evocato tra i diversi dipinti, spossato da un lavoro dei campi, che gli divora perfino l’anima, china il capo o volge lo sguardo verso il cielo per interrogare il tempo. Per quanto riguarda alle donne del Salento, esse sono soggiogate da due mila anni di silenzio, devozione e solitudine. In questi personaggi si esprimono la nobiltà e il dolore, il dolore di lottare in vano contro l’immobilismo sociale e il peso della tradizione. In un altro contesto, alcuni dipinti quali “Popolo della strada”, “Vite randagie” o “Quando la sopravvivenza prevarica la dignità”, ci esortano a riflettere sulla sorte dei marginati, dei dimenticati, degli abbandonati, degli “Altri”, con le solite vittime di una vita disperata: i bambini.
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Quando la sopravvivenza prevarica la dignità

Il ritratto è un componente fondamentale della produzione di Malorgio che mantiene una valenza attuale, ritagliandosi uno spazio autonomo rispetto al rinnovamento stilistico che è venuto affermandosi nel corso degli anni. Per l’artista pugliese, la miseria, la sofferenza e la privazione diventano arte luminosa, concettuale, ponte simbolico tra vita e destino. Lo sguardo acuto del maestro Malorgio si fissa su ogni particolare, ogni atteggiamento, ogni mossa, ogni battere d’occhio. L’opera pittorica si rivela anche come indiretta critica sociale, profonda riflessione morale e specchio dei nostri tempi in quest’avventura del fattore umano, della leggerezza dell’essere. La dimensione etica diventa estetica, l’arte non è la rappresentazione di un bel motivo, bensì la bella rappresentazione di un motivo. In questa tecnica del ritratto le tonalità cromatiche creano l’immensità dell’oceano negli occhi di una bambina. Il punto di partenza è sempre il riferimento ad una impressione, una sensazione e un sentimento, mutato in cromatismo grafico. Il segno malorgiano scompone ed essenzializza, operando il passaggio ad una visione più lucida della realtà dove si nota la presenza di un’assenza, funzione sine qua non dell’opera d’arte. Il colore di Malorgio non si stende per larghe campiture, è caratterizzato da pennellate e tocchi delicati che connotano l'immagine, la fissano nell’ istante eterno, ma non la definiscono in modo netto e preciso con contorni e delimitazioni, le gradazioni cromatiche vibrano sulla superficie e trasmettono la luce. Invito tutti gli amateurs di arte pittorica, innovatrice e suggestiva di motivarsi a riconsiderare l’opera integrale di Salvatore Malorgio come una sinfonia di colori, marca eloquente di un innegabile genio contemporaneo.

 
  Luigi Imperiale
Kansas City, Missouri, Gennaio 2013

 

 
Per saperne di più di Salvatore Malorgio clicca qui



 
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