Tuglie...per raccontar paese...
 
Tuglie...per raccontar paese...


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Sabato 25 Novembre 2017
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Tuglie...per raccontar paese...
Donne salentine alla fontana

Salvatore Malorgio – Donne salentine alla fontana - 2017 - olio su tela – cm. 50 x 60

Ciao carissimi amici tugliesi , era da tanto che non mi cimentavo nell’ennesimo lavoro della serie : Come eravamo, “ Vita contadina nel Salento “. Non che avessi esaurito gli argomenti su questo tema, ma è solo che mi sono preso una “pausa” per così dire per lavorare su altri soggetti che pure mi stavano a cuore, poi , all’improvviso , in previsione di tornare a Tuglie nel periodo a ridosso della Santa Pasqua 2017 , mi ha preso un’altra volta la “febbre del pennello ”come la chiamo io e cioè quella smania di realizzare su tela un altro aspetto della nostra vita di un tempo e cioè : l’approvvigionamento idrico a uso familiare.
Quella esigenza primaria, metteva in evidenza e concretamente la sacralità dell'acqua nella Puglia e nello specifico nel nostro Salento, terra dalla sete atavica determinata da lunghi periodi di siccità e la cui disponibilità e utilizzo sociale era affidato e diffuso attraverso il grande acquedotto, incanalando gli uomini e le donne che attingevano per le famiglie. Come sempre anche per questo aspetto il mio racconto è imperniato nel periodo a ridosso della fine della seconda guerra mondiale e in particolare nel ventennio che va dagli anni cinquanta agli anni sessanta, gli anni della mia giovinezza.
Nota : com’è mia consuetudine anche in questa esposizione ho intercalato alcune frasi in dialetto e messe in evidenza in neretto visto che questo scritto è dedicato essenzialmente agli amici tugliesi. Mi è capitato spesso di sentire qualche persona ( nordica ) che mi ha fatto notare che alcune cose in lingua dialettale non venivano recepite nel loro giusto significato e allora di seguito alle frasi in grassetto ho deciso di riportare tra parentesi la dovuta traduzione in italiano.

Qualche nota storica :
Da un’attenta documentazione ho stralciato quanto segue : La realizzazione dell’Acquedotto Pugliese e l’arrivo dell’acqua nelle piazze di Puglia ha rappresentato il primo, tangibile atto dell’Unità d’Italia per le genti meridionali e pugliesi in particolare. Infatti, nasce con legge del Regno d’Italia nel 1902. Prima della rete idrica, nelle case l'acqua veniva conservata in grossi orci panciuti di terracotta dalla bocca molto larga dove si immergeva l'inconfondibile mestolo di rame o di alluminio, per attingere con parsimonia e non sprecare il liquido prezioso. Ci si lavava in poca acqua nel bacile di rame o di ferro smaltato ed avere in casa il gabinetto con pozzo nero era lusso di pochi. Le malattie gastro-intestinali e in particolar modo le febbri tifoidee, causavano ogni anno numerose vittime, specialmente nella stagione estiva. La mortalità infantile era impressionante ed i decessi si contavano a decine di migliaia. La presenza delle cisterne e dei pozzi privati, con le loro acque stagnanti, rappresentava il substrato ideale per lo sviluppo della zanzara anofele, causa del diffondersi della malaria che, nelle zone rurali rappresentava una delle principali cause di morte.

La fontana pubblica :
Segni particolari: altezza 128 cm., base circolare 38 cm, forma leggermente conica, corredata di cappello e vaschetta di recupero delle acque, totalmente in ghisa, rubinetto a getto intermittente con meccanismo interno in ottone, frutto dell’ingegno degli uomini che hanno fatto l’Acquedotto Pugliese. Parliamo del simbolo dell’Acquedotto Pugliese, la storica fontanella che tante piazze della Puglia e del meridione conoscono e che ha portato la prima acqua salubre pubblica in Puglia e che, ancora oggi, rappresenta l’icona indiscussa di questa epocale conquista sociale. Una storia che ha inizio nel lontano 1902, con la legge per la costruzione e l’esercizio dell’Acquedotto Pugliese in cui si dispone che : "il Consorzio dovrà costruire a sue spese in ciascun comune, in numero proporzionato agli abitanti, fontane gratuite per il pubblico, restando in facoltà del comune di disciplinarne l’uso, ed a suo carico il pagamento dell’acqua". Il regolamento e il capitolato per la costruzione e l’esercizio dell’Acquedotto Pugliese, approvato con Regio decreto nel 1904, ne disciplina la installazione, "in ragione di una per ogni 2500 abitanti nei grossi centri che ne contano più di 20 mila, una per ogni 1500 nei comuni di popolazione compresa tra i 10 e 20 mila abitanti, ed infine una per ogni 1000 abitanti o meno nei centri minori". "Ogni fontanella - si legge ancora nel regolamento - non dovrà erogare meno di 25 metri cubi d’acqua al giorno e sarà a luce tassata, mediante apposito rubinetto idrometrico, e l’acqua dovrà essere pagata dai comuni al prezzo di 0,20 lire".

Qualche considerazione sul tema :
La memoria mi rimanda alla realtà di quando ero un ragazzo e al confronto tra i consumi di acqua oggi e nel passato. Raccogliendo le memorie storiche degli anziani ( dei miei nonni materni e dei miei genitori in particolare ) e facendomi raccontare come avveniva l’approvvigionamento idrico.
Un tempo procurarsi l’acqua non era così semplice come lo è al giorno d’oggi; l’acqua, nonostante non fosse ancora una risorsa in via di esaurimento come lo è in questi tempi, veniva sempre risparmiata, spesso riutilizzata, e mai sprecata, soprattutto in tempi di guerra. Coloro che abitavano in campagna avevano dei pozzi che venivano alimentati dall'acqua piovana che ristagnata era filtrata e sempre fresca. Oppure i pozzi potevano essere alimentati da sorgenti sotterranee. In entrambi i casi, chi poteva metteva dei tubi per creare impianti idrici per fare in modo che l'acqua arrivasse dal pozzo direttamente in casa. In altri casi si usava montare una pompa a mano che tramite una leva agiva su un pistone che in alzata aspirava e in compressione espelleva l’acqua da una tubazione ricurva verso il basso che consentiva di raccoglierla in un secchio o altro recipiente. Chi invece non si poteva permettere ciò, doveva prendere l'acqua dal pozzo con i secchi aiutandosi con le carrucole. Personalmente ho vissuto quelle realtà contadine e mi ricordo che nel vigneto che mio padre accudiva a in zona Camascia ( attuale Camastra) vi era una cisterna tipica della campagna Salentina posta a ridosso te nu furneddru, ( una costruzione a secco a forma tronco conica ), rialzata a forma circolare e anch’essa tronco conica, la cui superficie superiore era intonacata con una leggera pendenza verso il centro ove vi era la bocca centrale munita di sportello per la chiusura o di una griglia ferrosa con un muretto tutt’intorno e alla cui base vi erano praticati i fori che immettevano all’interno l’acqua piovana che si raccoglieva in superficie. Tutto questo permetteva di avere una discreta riserva d’acqua da attingere con l’uso di un secchio di latta zincata a forma conica legato a una fune . I secchio poteva essere anche cilindrico, di latta ferrosa, ricavato dai contenitori di sarde salate e quasi sempre arrugginito in più punti, ( mio padre ne aveva diversi, due dei quali perennemente legati al manubrio della sua bicicletta che conservo ancora ) . L’uso che se ne faceva era duplice, si attingeva per berla e per stemperare il verderame in un pilone di pietra tufacea intonacato e con l’aggiunta di calce per il fissaggio sulle foglie delle vigne quando si effettuavano le pompature ( le irrorazioni ) per i trattamenti periodici anticrittogamici e antiparassitari. C’è da considerare che la raccolta dell’acqua piovana portava con se piccoli detriti che si accumulavano ad opera del vento sulla superficie della cisterna che uniti a piccoli animaletti finivano inevitabilmente sul fondo dove di accumulavano formando inevitabilmente una poltiglia organica che si scioglieva dando all’acqua un sapore un po’ dolciastro per opera dei batteri. Ciò nonostante la si beveva senza tante remore giacché non vi era altra alternativa. Mi ricordo che un anno durante la vendemmia, quando il sole vicino allo zenit picchiava inesorabile la sete si faceva sentire incessante. Nell’attingere, io, in qualità di portatore d’acqua che era il servizio dei ragazzi, scoprii che vi era un comune serpente nero, di quelli che si trovano spesso nelle campagne salentine che si muoveva veloce sulla superficie, vittima anch’esso della stessa sete degli umani restandovi intrappolato. Ovviamente avvisai tutti i presenti della presenza estranea nell’acqua, ma a memoria , pur con qualche riluttanza nessuno rifiutò di bere. Con certezza posso dire che io non bevvi giacché avevo una fobia per i serpenti che me la porto dietro tutt’ora . Una volta, quando la fatica era condita dal sudore della fronte non si era certo schizzinosi come lo si può essere ai giorni nostri , pertanto ….. !
Quando lo stesso lavoro lo si faceva nel fondo di Jala nel territorio agricolo tra Parabita e Alezio , che era un fondo te lu nonnu Vantura, ( di mio nonno Bonaventura ), la risorsa idrica consisteva in due pozzi di acqua sorgiva situati a un centinaio di metri tra loro e ci si avvaleva dell’uso di un secchio di medie dimensioni con attaccato a una parte del manico di un peso che agevolava il riempimento quando veniva a contattato della superficie sul fondo del pozzo ( profondo mediamente tra cinque e otto metri a seconda della stagione ). Mi ricordo il peso che il nonno Vantura ( Bonaventura ) vi aveva attaccato col ferro filato cotto consisteva in due grossi bulloni ferroviari che si usavano per le giunture delle rotaie della linea ferroviaria Sud - Est che passava e passa tutt’ora sul territorio del nostro paese, ( come li avesse avuti è un mistero ). L’altro oggetto utile e indispensabile era una carrucola di legno d’ulivo ( la trozzula te ulia ) legata a un gancio fissato a un palo o a un grosso ramo di ulivo come nel nostro caso, posto di traverso tra il terreno in cui era conficcato e il bordo in muratura del pozzo. Una volta finita l’attività in campagna si smontava il tutto e lo si portava a casa. Comunque resta il fatto che un tempo procurarsi l’acqua era inevitabilmente molto difficoltoso. Ai primi del secolo scorso quando mio nonno Vantura “ ( Bonaventura), Cavaliere di Vittorio Veneto “ era partito per il fronte, “ - lui si che l’ha fatta veramente la guerra ! -”. L'acqua era considerata un bene prezioso fondamentale e di conseguenza usata con parsimonia e trattata con rispetto. Le mie reminescenze mi portano a considerare altri aspetti dai racconti di mio padre che quando voleva farmi osservazione su un possibile spreco dì acqua soleva raccontarmi di quanto fosse gravoso l’impegno di andare a prenderla al pozzo in contrada Tisciano verso l’uscita del paese in direzione Parabita. Non c’era alternativa, pertanto occorreva andare a prenderla dai pozzi, situati in alcune zone del paese, riempirne grandi secchi e portarseli a casa, dove venivano svuotati in bacinelle o in otri di terracotta per i vari bisogni. Spesso la mattina si alzava di buona lena e si recava al pozzo per riempire na capasa ( un otre di terracotta panciuto ), già pesante di per de stesso che metteva in spalla e na menza ( un recipiente di latta zincata di circa dieci litri ) che trasportava fino a casa. Sovente l’operazione andava ripetuta per diverse volte nell’arco di una giornata visto che il volume d’acqua complessivo non soddisfaceva il fabbisogno. L’acqua veniva usata per cucinare, ma anche per lavarsi , la scarsa quantità procurata era sempre insufficiente ai bisogni della famiglia pertanto veniva utilizzata solo per le necessità fondamentali quotidiane: bere, cucinare e lavarsi; “ non era abitudine ” , precisava mio padre, sprecarne diversi litri solo per bagnare qualche vaso contenente qualche piantina di erbe aromatiche da usare in cucina o per dei fiori. Per irrigare i vasi si usava l’acqua dove magari ripetutamente ci si lavava le mani o i piedi per rinfrescarsi purchè non fosse saponata. Anche quando si trattava di lavarsi il corpo (solitamente una volta a settimana) si scaldava un po’ d’acqua intra allu quatarottu ( pentolone di alluminio capiente ) allu focu sotta allu focalire , ( al fuoco del camino ) poi si riempiva una bagnarola e la famiglia intera poteva finalmente fare un bagno “ a turno sempre nella stessa acqua o al massimo la si cambiava ogni due persone e con l’uso di un pezzo di sapone di marsiglia . Alcune famiglie usavano fabbricarsi il sapone in casa con l’uso di olio di oliva stantio mischiato sovente a quello usato per frittura filtrato e con l’aggiunta di soda caustica. Tutto era mirato all’economia di quei tempi in cui la vita era dura . Per lavare i panni, invece si usava un po’ d’acqua fredda intra alla pila ( un contenitore statico e pesante ricavato mediante stampi in cemento misto a breccia di sezione piccola) , e come lavatoio di usava lu stricaturu ( una tavola di legno di ulivo la cui superficie era intagliata a fasce parallele triangolari ) sulla cui superficie si comprimevano strofinando i panni bagnati e intrisi con un po’ di sapone e tanto “olio di gomito” necessario per rimuovere lo sporco dai vestiti. Le azioni per la raccolta dell’acqua richiedevano tanto tempo e fatica ed è sconcertante pensare quanto abbiano impegnato la gente di quell’epoca, che erano “costretti” a compierle sin da piccoli per le difficili circostanze in cui vivevano. Questo fa riflettere molto sul benessere in cui siamo abituati a vivere oggi senza nemmeno rendercene conto. Lo spreco dell’acqua veniva visto nelle famiglie come qualcosa di impensabile: non ci si lavava i denti facendo correre l’acqua! Anzi si ignorava quasi totalmente l’uso del dentifricio , e ….altro che tutti i giorni! Personalmente ho cominciato ad usarlo quando partii per il servizio al militare. Sicuramente si facevano meno docce o bagni e …. per lo shampoo, non parliamone ! In casa mia ( e non solo ) si lavava tutto a mano con il sapone di marsiglia che si usava per tutto , anche per lo shampoo. Prodotto unico e pulizia assicurata! Nel quotidiano tutte le vicende erano comunque condite da un grande rispetto per quel nobile elemento! Quella dura realtà ha colpito anche me negli anni sessanta in quanto noi non avevamo una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana come qualche altra famiglia un po’ più fortunata poteva avere nel vicinato e tutto il nostro fabbisogno dipendeva esclusivamente nel poterla attingere alla fontana pubblica dell’Acquedotto Pugliese rionale della Longa che di trovava a circa mezza costa sulla salita che portava dalla piazza principale alla collina di Montegrappa.

Qualche divagazione sul tema :
A proposito di cisterna : quella che vi era a casa dei miei nonni materni era un capolavoro per quei tempi, nel senso che era molto capiente e conservava un volume d’acqua di tutto rispetto. Spesso vi attingevano anche le vicine di casa ma il pregio maggiore stava nella freschezza della sua acqua. Vi si attingeva con un secchio di piccole dimensioni munito te nu croccu ( serie di ganci di ferro ) per agevolare il riempimento e la solita carrucola di ferro agganciata a una semplice struttura di ferro ad arco che sovrastava la bocca della cisterna. Per la cronaca : lu croccu serviva per recuperare il secchio dal fondo della cisterna qualora la fune si spezzasse. In piena estate quando la calura si faceva sentire insieme alla sete, facevo volentieri una deviazione per andare a trovare i miei fantastici nonni e per poter usufruire di una buona bevuta. Si attingeva al momento e si beveva direttamente portando il bordo del secchio gocciolante alle labbra con grande soddisfazione e refrigerio anche se la nonna non voleva che bevessimo in quel modo. Una volta appena arrivato notai che il secchio era quasi pieno e sulla superficie vi era una vespa bella grossa totalmente immobile. Prima di bere la presi tra due dita per toglierla e buttarla da qualche parte. La vespa era viva, vegeta e incavolata in quanto evidentemente avevo disturbato il suo refrigerio. Il risultato fu una puntura sul pollice che da lì a qualche minuto diventò mostruosamente gonfio e dolorante, un dolore acuto come se fossi stato punto da un ago rovente. Ero un ragazzo e non potei fare a meno di piangere con la preoccupazione di mia nonna Fiorentina che mi consolò: veni a quai ca mo te fazzu cu te passa. (vieni qua che adesso te lo faccio passare) . Non ricordo con quale metodo curativo intervenne, probabilmente mi strofinò un po’ di aglio appena sbucciato, all’epoca era quello il metodo di pronto intervento per simili inconvenienti. Comunque dopo un buona mezz’ora anche se il dito rimase gonfio, il bruciore andò scemando. Ultimo commento della nonna : dra fatente te vespa! E bà cu pungi lu vagnone …. !! ( quella fetente di vespa ! E vai a pungere il ragazzo … ) !!
A pensarci bene avrebbe potuto darmi dello “ stupidino “ per aver preso così ingenuamente l’animaletto con le mani ma ebbe solo parole di conforto e si prodigò nelle cure. Io lo sapevo che in qualche modo ero il suo cocco, prima di tutto ero bravo e servizievole, mi comportavo bene e andavo a trovarli spesso, vi era un bellissimo rapporto tra di noi e poi oso pensare che avessero un occhio di riguardo per me che ero il solo nipote maschio.

Cronache familiari a quei tempi :
Mò prima cu faci li compiti e cu bai cu sciochi, famme almenu tò jaggi te acqua ca s’ave quasi spicciata “ . ( Adesso prima di fare i compiti e di andare a giocare, fammi almeno due viaggi di acqua che è quasi finita ) !! Era il giornaliero e alla lunga anche ossessivo comando di mia madre che giustamente pretendeva da me la cieca obbedienza per quell’incombenza. Certe volte, invece di due viaggi ne ordiva tre o quattro , potete immaginare quanta fatica e quanto tempo mi portava via quell’attività ed era tutto tempo tolto al gioco, un’attività sacra per me che, in quanto capobanda avevo delle “responsabilità” verso gli amici che attendevano con ansia la mia presenza. Sovente, in principio, al comando seguiva il rifiuto di obbedienza e poi, quando l‘insisteva la portava al limite di farmi assaggiare la scopa di canne sul groppone che era il suo miglior deterrente, mia madre al massimo scendeva in trattativa. Si partiva dalla pretesa di tre jaggi t’aqcqua ( tre viaggi di acqua ) e magari riuscivo a spuntarne uno col resto di due che andavano fatti e senza ulteriori sconti. Il rifiuto totale era escluso perché, dopo, dovevo fare i conti con mio padre e…. credetemi, era meglio evitare! Ogni jaggiu ( viaggio ) consisteva nel portare a casa tò menze t’acqua ( due recipienti in lamiera zincata d’acqua di circa dieci litri l’uno ) e in salita per giunta . Il primo viaggio serviva a versare l’acqua intra allu stangatu te crita ( nel recipiente di creta ) dove tutte le volte che qualcuno aveva sete, andava a bere con un mestolo di alluminio appeso sul bordo del contenitore stesso. Purtroppo c’era da aggiungere i tempi morti e di attesa alla fontana dove immancabilmente vi era una fila di persone tutte con lo stesso obiettivo finale. Portare a casa un po’ d’acqua ! Inevitabilmente intorno a questa attività quotidiana si aggiungeva anche un po’ di folclore nel senso che le donne chiacchieravano e le chiacchiere mettevano in evidenza i vari caratteri e spesso e volentieri lo spazio antistante la fontana diventava luogo di ritrovo e di svago col chiacchiericcio continuo. Un ritrovo alla pari di quello che si esercitava la sera in piazza caratterizzato però dalla quasi esclusiva presenza del pubblico maschile. Lì veniva fuori il meglio e il peggio delle persone a seconda che qualcuno dei presenti scivolava in discorsi te malangu ( di parlare male degli altri ) che potevano sfociare anche a risse verbali, insulti e parolacce. Io tutto questo me lo godevo in silenzio e mi dava modo di meditare sui diversi aspetti verbali che le mie orecchie erano costrette a sorbire. Il più delle volte sogghignavo all’udire di certi sproloqui, insomma, cercavo di trarre un po’ di divertimento da quegli alterchi verbali assai coloriti! Per la cronaca, verso la metà degli anni sessanta con i risparmi di mio padre che nel frattempo era emigrato in Svizzera come lavoratore stagionale, ampliammo la nostra abitazione con la costruzione della la cucina e della caseddra ( piccolo locale sopraelevato sulla cucina ) da adibire a deposito di derrate alimentari. Poco prima dei lavori di costruzione effettuammo lo scavo per la tanto desiderata cisterna avvalendoci della maestranza di mio zio Carmelo Rocca. L’approvvigionamento alla fontana continuò ma con meno intensità e quello fu un altro traguardo del benessere che si stava delineando nella nostra famiglia. I miei pensieri mi portano a qualche ricordo di carattere famigliare in tema di acqua, per esempio quando mio padre faceva diversi jaggi t’acqua cu la bicicletta ( carichi d’acqua col la bicicletta ) dalla fontana rionale fino all’altezza del campo sportivo sulla via che porta a Neviano dove avevamo un pezzo di terra e un orto per il fabbisogno famigliare. Caricava alcuni contenitori in una cassetta di legno legata dietro al portabagagli e in aggiunta anche tò sicchi te sarde salate allu manubriu ( due secchi ricavati dai barattoli di sarde salate al manubrio ). Armato di tanta buona volontà si avviava col prezioso carico spingendo la bicicletta per tutta la salita e fino al sito finale. Potete immaginare quanti jaggi te acqua ttuccava cu face, minimu pè menza sciurnata ( viaggi doveva fare, minimo per mezza giornata ) ma la passione era tanta e ancora di più era l’esigenza di portare a casa qualcosa per mangiare. Vorrei inoltre far notare che i due secchi pieni d’acqua al manubrio erano per così dire “ a cielo aperto “ per cui pur con la dovuta accortezza per non far tracimare l’acqua a causa degli inevitabili scossoni della bicicletta, inevitabilmente un po’ di acqua andava perduta, on po’ per terra, un po’ sulle scarpe e un po’ sulli cazzj rrepazzati ( sui pantaloni pieni ti toppe ). Come si può immaginare, dopo due o tre viaggi stava abbastanza al fresco. Molti quando lo vedevano arrancare in salita a pieno carico in atto di fare il trasportatore del prezioso liquido, un po’ lo compativano ” lo so per certo “ ma il sentimento dominante era quello di ammirazione per la dedizione al suo lavoro anche sotto quell’aspetto. Per risparmiare tempo, quando ritornava scarico alla fontana , essendo il percorso per metà in pianura e per metà in discesa, lo faceva totalmente in bicicletta e affrontava la discesa col proprio mezzo aggrappato al manubrio e soprattutto ai freni con le bacchette piegate con la tenaglia per meglio aumentare l’attrito te le scarpette te li freni ( i pattini dei freni ) sui cerchioni delle ruote . Ovviamente vi era una buona dose di rischio per una scarsa frenata e infatti una volta proprio nel punto più critico della discesa, in piena curva , essendo a quell’epoca il fondo stradale in terra battuta piena di granelli di tufo sfarinato , scivolò e cadde in malo modo picchiando la testa dalla parte della nuca con relativa ferita e forte emorragia, più altre escoriazioni e perdita di sensi. Fu portato a peso morto dagli astanti fino a casa nostra che distava meno di cinquanta metri con la colonna sonora degli urli di mia madre disperata contro la malasorte. Fu adagiato sul pagliericcio steso per terra appena dietro la porta principale a sinistra e fu medicato alla meglio come era nei mezzi un po’ scarsi. Inutile dire che a quei tempi non sapevamo neanche cosa volesse dire “ pronto soccorso “. L’unico pronto intervento certo e funzionante ( e a volte neanche ), era quello di affidasi alte Alte Sfere Celesti o al Santo di cui si professava una incondizionata e devota fiducia. Potete immaginare la preoccupazione e la disperazione di mia madre quando ave vistu lu Saiu a drè condizioni. ( ha visto Cesario in quelle condizioni ). Tutta trafelata e disperata mi disse: Fijuu meu , vanne subitu allu tuttore Rricu e dinne cu bene mprima ca sirata ghè catutu, ave binchiatu cu la capu, sà feritu e sta nde esse sangu, ( figlio mio , vai subito dal dottor Enrico e digli di venire subito perché tuo padre è caduto, ha picchiato la testa, si è ferito e sta sanguinando ) . Ricordo che dal dottore ci andò qualcun altro del vicinato , non ricordo chi fu, io ero sotto shock. E’ emblematico il comportamento dei vicini, sempre uniti nel bisogno e nella solidarietà. Quando c’era un problema tutti lo sentivano come se fosse un loro problema e la collaborazione a risolverlo era diviso tra tutti con grande partecipazione. Lo spavento in famiglia fu grande ma tutto si risolse per il meglio. Per fortuna papà rinvenne, gli furono somministrate le cure con la somministrazione te penicillina e te sulfamedici ( di penicillina e sulfamidici ) e anche se dietro consiglio del medico restò a riposo forzato per almeno due giorni in stato febbrile, “ una vera tortura per lui che non perdeva mai una giornata di lavoro, in seguito si riprese e tornò alle sue attività consuete.

Nota : Per questa occasione, stavolta ho voluto trasgredire il solito schema di presentazione del lavoro di pittura e di seguito ho voluto inserire in questo commento una foto “storica” di mio padre nell’atto di attesa per salire in bicicletta e tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Quella volta ero andato in campagna a trovarlo in motorino con le mie figlie Simona e Daniela ed ebbi la grande ispirazione a ritrarlo nel suo “elemento naturale ” . Ovviamente ho ritenuto opportuno il suo inserimento perché è anche attinente al tema del dipinto. In essa traspare l’essenza della sua esistenza di vita dedicata al lavoro “era un artista della zappa” con cui ha speso tutte le sue energie “ pè lu bbene te la famija “ ( per il bene della famiglia ) usava dire. Tipico il portamento: un po’ incurvato, con le braccia scoperte e cotte dal sole così come la sua faccia di brava persona cu lu pospuru a mmucca e la coppula a ncapu ( col fiammifero in bocca e la coppola in testa ). Si appoggia alla sua bicicletta di cui era geloso e a cui dedicava le giuste cure per l’efficienza del mezzo. Dietro il portabagagli vi è infilata “ l’arma bianca “ del momento, na sarchialura ( zappa per sarchiare ) e nu saccu te cannavazzu rrotulatu , ( e un sacco di canapa arrotolato ). Appesi al manubrio li sicchi te sarde ( i secchi di sarde) di cui ho avuto modo di parlarne poco prima e la giacca appoggiata di traverso.


Nonnu Saiu Malorgio ( Cesario Malorgio 1917-1999 ) Primavera 1992
allu Pinculu  il fondo adiacente sulla strada che da Montegrappa porta a Neviano

E ora un commento del dipinto :
Ho la certezza che oggi molta gente ignori completamente quelle vicende che accomunavano quasi tutti in quel tessuto sociale della civiltà contadina . “Cose d’altri tempi” si dirà, a chi vuoi che possano interessare! E’ la triste realtà dei giorni di questo terzo millennio, dove le nuove generazioni abbagliate e forviate dalle nuove tecnologie e dalle tante dissacranti teorie moderne del “nuovo vivere”, vedi la teoria del Gender e del “Pensiero Unico “ così come lo aveva battezzato papa Giovanni Paolo II dove l’uomo si è sostituito a Dio e che pian piano vogliono inculcare nelle nuove generazioni, che dribblano l’interesse di voler conoscere il nostro non lontano passato, quando la gente professava la fede cristiana e i valori umanitari scaturiti dal Vangelo erano vivi e sentiti. Valori sempre attuali che potrebbero tornare utili per poter meglio capire il presente in prospettiva del futuro. E’ sempre latente il concetto di storia, in questo caso dei nostri avi e quello che hanno dovuto patire in quell’eterna sofferenza di vita vissuta nelle più abbiette indigenze ma che hanno potuto costruire passo dopo passo e con tanti sacrifici le conquiste e lo stato di benessere di cui ora beneficiamo. Dovremmo ogni tanto dare uno sguardo al passato, se non altro, per una questione etica e di rispetto dovuto per il vissuto dei nostri progenitori. Quelli della mia età queste cose le hanno vissute almeno in parte sulla propria pelle nella buona e della cattiva sorte e non vanno certo additati come gente che volutamente si disinteressa di questo genere di cose. Cose vecchie ormai , certo! Ma ricordare il passato non è mai stato vano per nessuno. Io c’ero! Posso dirlo e testimoniarlo! Magari non faccio testo per la mia particolare indole di artista sempre irrequieto, possono ormai annoverarmi e identificarmi a un dinosauro , un essere d’altri tempi ma per certo amante di questa terra che ha segnato il mio DNA di figlio del Sud nato e cresciuto in una famiglia contadina e cattolica. E ancora adesso , a sessantanove anni, sono ancora capace di farmi suscitare il cocente desiderio di illustrare quelle vicissitudini della nostra vita attraverso una semplice scena sulla tela, in questo caso presso una fontana pubblica, proprio quella in cui attingevo, quella nostra, te susu alla Longa ( sopra, in contrada Longa ). Una fontana tipica dei nostri paesi, quella fusa in ghisa e con in rilievo l’emblema del fascio littorio di epoca mussoliniana. Una fontana di antica storia che ha impregnato indelebilmente la nostra società di estrazione contadina da cui gran parte di noi deriva e che ha contribuito unitamente alle fatiche immense dei nostri avi a dare un’impronta indelebile di riscatto al nostro Salento. I personaggi sono ovviamente inventati, le due vecchiette sono emblematiche e quello che conta è l’atto di attingere, l’una con due mbili ( terracotta dal collo stretto ) e l’altra cu dò menze ( con due recipienti di lamiera zincata ) nell’atto di appoggiarle per terra in attesa di riempirle quando l’altra vecchietta avesse terminato di attingere. Il vestiario è quello tipico delle nostre nonne , eternamente con abiti scuri o neri talvolta stinti dall’usura, con l’immancabile mantera ( grembiule ) e l’atteggiamento è un po’ dimesso, un po’ per la stanchezza e l’impegno gravoso : tò menze ( due recipienti di lamiera ) erano sempre venti kili da portarsi dietro e per la maggior parte della gente in salita, poi c’e il fatto ineluttabile dell’età, evidenziata dalla loro pelle rugosa e pertanto non sprizzano certamente gioia e avvenenza. Per quanto riguarda il disegno te le menze t’acqua di cui si è quasi perso il ricordo della loro esistenza, mi sono avvalso di una coppia autentiche te menze, proprio quelle che adoperavamo in famiglia più di mezzo secolo fa, ( due veri cimeli ), che la mia lungimiranza mi ha dettato in tempi passati la loro conservazione. Per la posa delle mani sui manici ( la parte più difficile del disegno ) mi sono avvalso del mio amico Pantaleo Nicoletti che ringrazio di cuore e che ha posato per me cu le menze a manu ( con i recipienti tra le mani ) nello stessa posa che intendevo riportare sul disegno della vecchietta curva. Il primo commento di Pantaleo è stato : ma ieu tegno li mani piccicchi ( ma io ho le mani piccole ) che più che piccole intendeva dire che le dita sono corte nel senso che le ha letteralmente accorciate con gli incidenti sul lavoro , sulle macchine di falegnameria dato che esercita quella professione da oltre mezzo secolo. La mia risposta : nu te preoccupare Pantaleo ca tantu le mani ca aggiu fare suntu quiddre te na vecchiareddra, quindi su piccicche ( non ti preoccupare Pantaleo che tanto le mani che devo disegnare sono quelle di una vecchietta , quindi sono piccole ) . Per dare corposità alle volumetrie del disegno ho aggiunto un secchio di latta zincata che ipoteticamente appartiene ad altra persona “ fuori campo “ .

Una precisazione e qualche riflessione :
Nelle mie reminiscenze ho cercato di ricordare qual’era l’ambiente circostante ove era ubicata la fontana te la Longa, ca stia propriu te fronte alla casa te lu Cosiminu Miggianu – lu Cosiminu guardia - e de fijusa l’Albinu, amicu meu e cumpagnu te sciochi, ( del rione Longa , che stava proprio di fronte alla casa di Cosimo Miggiano – detto : Cosiminu guardia - guardia municipale - e di suo figlio Albino, amico mio e compagno di giochi ). Un po’ di anni fa è stata divelta come la maggior parte delle fontane di Tuglie, quasi una cancellatura di una pagina della nostra storia. Che tristezza !! Così va il mondo, la mancanza di sensibilità e l’impoverimento intellettuale per i trascorsi storici porta inevitabilmente all’insensibilità e all’oblio delle passate vicende della nostra gente. Io fermamente penso che se anche l’avessero lasciata lì dov’era, che fastidio mai poteva dare? In fondo si trattava di un monumento storico ma si sa , la storia è materia indigesta e allora : meglio cancellarla !!
Ricordo che era quasi a ridosso del muro di contenimento del podere del dottor Mosco e la vasca in cemento era distanziata dal muro di circa un metro, utilizzato per la costruzione di una navetta , ( un fondo semicircolare in cemento ) per il drenaggio dell’acqua piovana verso la parte bassa del paese. Ricordo anche che il muro era te petre a siccu ( di pietre calcaree incastrate a secco ) dove nella buona stagione, dalle fessure fuoriuscivano fili d’erba da campo spontanei e qualche piantina che in primavera sfociava in una fioritura di piccolissimi fiori multicolori, ma in massima parte erano piante di ortiche che una volta irrobustite fiorivano anch’esse. Il muro in alto ( almeno tre metri ), era sormontato da una fila te cuzzetti , ( mattoni da costruzione di tufo ) grezzi, ingrigiti e corrosi dal tempo. L’impianto della fontana era appoggiato su un fondo di cemento ed era bordato da un piccolo muretto di contenimento anch’esso in cemento con una piccola griglia per il reflusso dell’acqua in eccesso che immancabilmente fuoriusciva dalla vaschetta di recupero durante le operazioni di attingimento. Ho cercato di rendere visibile tutto ciò e onestamente non so fino a che punto sia riuscito nel mio intento . Spero comunque che qualcuno apprezzi almeno lo sforzo che ho profuso per la sua realizzazione animato dal solo desiderio di rendere visiva una pagina della nostra storia …… sempre con la formula : Prima che sia troppo tardi !!!.

Nota finale e dedica :
Questo lavoro vuole essere un tributo alla memoria dei miei genitori e a quanti hanno condiviso con noi della famiglia Malorgio le stesse storie di famiglie contadine povere, tenaci , dal cuore grande e munite di buoni sentimenti. Là, sul rione Longa a cui va il mio struggente ricordo !

Ringraziamenti :
Grazie a quanti vorranno leggere queste mie reminiscenze e ancor di più a quanti apprezzeranno questo mio scritto. Grazie al mio amicissimo Pantaleo Nicoletti che ha reso possibile la realizzazione di questo lavoro . Un grande grazie all’amico Felice Campa che con tanta passione e sensibilità per questo genere di cose, un po’ artistiche e un po’storiche, sicuramente raccontate con passione che ancora una volta mi ha gentilmente ospitato su questo bellissimo sito che è un po’ il biglietto da visita della nostra Tuglie, anzi, della mia Tuglie che porto sempre nel cuore. Termino con un saluto a tutti i tugliesi residenti e non e un abbraccio a tutti i miei amici e compagni di tante avventure che da sempre mi onorano della loro amicizia :

                                                      In fede : il pittore - Salvatore Malorgio


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