Tuglie...per raccontar paese...
 
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Officina d'altri tempi


                            Officina d'altri tempi - 2010 - olio su tela - cm. 60 x 90

Sono quarant’anni che vivo lontano da Tuglie e il rapporto che ho col mio paese non è certamente così stretto come lo era una volta, certamente ho ancora tanti amici che frequento nel periodo estivo ma per tanti altri aspetti molte cose sono cambiate, il tempo trascorso ha lasciato il segno, nuove generazioni, quindi tante nuove facce, anche il paese è cambiato ( in meglio ), tutto ciò è nell’ordine delle cose e forse rientra in quest’ordine anche il fatto che alla mia mente sovente si affaccino tanti ricordi della mia vita vissuta a Tuglie. Io, Salvatore Malorgio, nato a dravanda allu Rraona e crisciutu sulla Longa chiamata quiddri anni puru ( Corea ), percè ‘nc’erane tante famije te fede comunista “.
Anni indimenticabili, e non solo per me, mi fa piacere che tutt’ora quando parlo con gli amici che hanno condiviso con me “ puru na mozzacata te pane “ ci troviamo a parlare inevitabilmente di quel periodo. Ho assimilato talmente bene tanti di quegli eventi che a distanza di cinquanta anni li ricordo ancora come se fossero ancora vivi al punto che a distanza di mezzo secolo sono uno stimolo a rappresentare almeno qualche aspetto di quegli anni con il mezzo a me più congeniale : l’arte pittorica.
Questo lavoro è dedicato ad una categoria di persone che hanno contribuito col loro lavoro allo sviluppo del nostro amato paese, i personaggi ivi rappresentati appartengono al mondo contadino Tugliese e in particolare alla categoria “ te li farrari e te li carratori chiamati puru giustatraìni “.
Questo quadro vuole essere un omaggio alla memoria di queste persone il cui mestiere mi ha tanto affascinato. A memoria cito di seguito quelli che ricordo ( spero in assenza di errori ), in particolare : Nocella Emanuele = mesciu Manueli ( farraru ) - Salvatore Barone = mesciu Totu Barone ( maniscalco ) – Giuseppe Natali = mesciu Peppe Saulle,( carratore ) - Giovanni Erroi = mesciu Ninu RRoi ( farraru ).
Io da ragazzo sono entrato in contatto con queste persone per via che il loro mestiere consisteva anche nella realizzazione e la manutenzione degli attrezzi dei contadini, “le zzappe” appunto. Io conservo un manufatto appartenuto a mio padre che si fece forgiare appositamente “ te mesciu Peppe Saulle, na zzappa cu la punta a pizzu comun la pala te frabbacatore “, fatta apposta “ cu trase meiu quando bbinchi, ticia sirama ( lu Saiu te lu Rraona ) “.
Fin da piccolo sono stato interessato molto ai vari mestieri e avevo sviluppato molto un notevole spirito di osservazione. Rimanevo affascinato quando mesciu Manueli farraru ferrava i cavalli, la fiamma della forgia accalappiava la mia attenzione e la stessa attenzione ponevo nel vedere lavorare i ferri sull’incudine e la meraviglia di scoprire che i chiodi che fissavano le staffe agli zoccoli del cavallo erano costruiti al momento dallo stesso mesciu Manueli. Un’altra cosa che mi rimase impressa la prima volta che assistetti alla ferratura di un cavallo era che, una volta finito di forgiare la staffa, prima della chiodatura effettiva, si faceva adagiare la stessa ancora rovente allo zoccolo sostenuto dalle mani di due persone. Io aspettavo la reazione violenta del cavallo al contatto del manufatto che sviluppava una nuvola di fumo, frutto della combustione superficiale dell’osso bruciato che ne usciva fumate col calco di adattamento e senza reazione dell’animale.
A memoria ricordo che questi lavori si svolgevano per strada dei pressi di abitazioni rustiche e annerite dai fumi della forgia, nel quadro ho voluto ricreare un po’ l’ambiente ( notare i vetri rotti delle finestre e un certo disordine di oggetti vecchi e arrugginiti appoggiati alla rinfusa ). A quell’epoca mio padre aveva preso a mezzadria “ na partita te vigne alla parte te sotta allu Calvariu “ e proprio da quelle parti “ nc’era la puteca te mesciu Peppe Saulle “ che consisteva “ a na rimesa scazzafittata ca a mie me paria comu l’antru te Polifemu. Mesciu Peppe era essenzialmente “ nu carratore, cioè, giustava traini “ ma l’altra attività attigua era che ci sapeva fare con la forgia.Io non appena il lavoro nella vigna allentava mollavo tutto e di corsa ( vista la poca distanza che mi separava ) correvo a vedere “ sta puteca “. Una volta arrivai “ a shiaccu te mariscu “ e approfittando dell’assenza te “mesciu Peppe”, entrai “intra la puteca vistu ca ‘ncera la porta scarassata ” ed ebbi tutto il tempo di guardarmi bene attorno senza sentirmi osservato. Io ero già avvezzo a fantasticare alla vista degli attrezzi di falegnameria tenuti in bella mostra “ intra la sottoscala te la nonna ‘Ntina ( Fiorentia ) e te lu nonnu Vantura ( Bounaventura ). La nonna ‘Ntina nde ticia sempre a mauma : stu lampu te vagnone tutte le fiate ca vene a casa mea, topu nu picca sparisce, ma ieu lu sacciu già ca ci hoi cu lu troi basta cu bai intra la sottoscala “.
Alla vista di quegli oggetti in parte nuovi e mai visti prima, e di quei banchi da lavoro pieno di pezzi di legno parzialmente lavorati “ cu l’ascia e cu lu chianozzulu “ e tanti trucioli sparsi, rimasi estasiato dalla maestria nella costruzione dei pezzi che componevano “ le rote te trainu “, le quali, quelle già finite, erano appoggiate in bella mostra alle pareti interne belle e pitturate con tutti i ghirigori di tanti colori su sfondo giallo. I disegni erano talmente belli e precisi, così bene sviluppati sul raggio esterno che mi chiesi subìto come poteva fare “nu forgiatore, cu ddre mani crosse e chine te caddri, trattare cu n’abilità te n’artista sia li culori e sia lu pinneddru picciccu ”. Il mistero rimase ed è tutt’ora insoluto, oso pensare che quello della pittura con decorazioni era opera di qualcun altro. Sicuramente a quell’epoca già sviluppavo tendenze artistiche, abituato com’ero a vivere per via del mestiere di mia madre ( disegnatrice e ricamatrice di biancheria da corredo ) tra matite, carte copiative, gomme da cancellare e matassine di cotone colorate. Da qui l’innato spirito di osservazione per tutto quello che era disegno e colori e già a quell’epoca mi cimentavo nell’arte del disegno e all’uso dei pastelli. Un fatto durante quella visita mi rimase impresso ! Sul banco da lavoro notai che, ancorato su “ nu scanniteddru “c’era montato un affare a forma di imbuto con una manovella di notevole proporzione se rapportato all’oggetto simile casalingo usato da molte massaie per macinare la carne “ nu macianacarne, appuntu “. All’esterno era macchiato di diversi colori e ne dedussi che la sua funzione era la stessa, solo che in quella bottega era usato per macinare o stemperare prima dell’uso i fondi di barattoli vecchi di colori un po’ disidratati. La curiosità mi spinse a salire su uno sgabello e a guardare dentro la parte ad imbuto. Con mio sommo orrore vidi all’interno sui piani inclinati dell’imbuto un guazzabuglio di residui di vari colori che si erano depositati sul fondo che coprivano per intero la grossa vite senza fine che annegava in una specie di poltiglia di colore indefinito. A quella vista rimasi letteralmente scandalizzato, e nella mia fantasia di ragazzo mi chiesi subito chi poteva aver concepito un simile orrore, quella di mischiare in modo indiscriminato tanti colori, a quale scopo? Non l’ho mai saputo! Di sicuro, nella mia testa abituata a pensare in modo razionale ai colori e al loro uso, in quel momento, quella cosa non l’ho mai accettata e forse proprio per questa ragione rimase scolpita nella mia mente ! “ Mah !! E ci buliti ! Fantasie te vagnone ………. “
Sito web: www.salvatoremalorgio.it

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