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Simone dei Crocifissi, Ritratto di Urbano V, part. 1375 ca., Bologna,
Pinacoteca Nazionale
L’immagine che dà il titolo al bel libro di Lorenzo Geri La Sposa adorna
di ricchezza Petrarca e i papi (il Mulino «Studi e Ricerche», pp. 371, e
32,00) deriva da una lettera di Petrarca databile all’autunno del 1367,
al momento in cui papa Urbano V riuscì, con moltissima difficoltà, a
rientrare a Roma. Questo momento solenne, atteso come un evento
messianico da intellettuali e visionari (come la nobile Brigida di
Svezia), dovette poi sembrare un disastroso fallimento se, a causa delle
resistenze e delle ribellioni, il papa decise di tornare ad Avignone,
dove morì il 19 settembre 1370.
Il trasferimento della sede del pontefice da Roma nella Francia
meridionale si prolungava fin dal 1305, dopo un conclave disastroso
ricordato in una delle lettere più belle di Dante, quella indirizzata ai
cardinali italiani nel 1314 ca. Dante e Petrarca, su due generazioni
diverse e in quadri completamente cambiati, furono perfettamente
allineati nell’individuare il trasferimento come una decisione che
innescava una crisi generale in Italia, privando Roma del ruolo
provvidenziale di capitale dell’Occidente imperiale e papale.
A insistere su questa vicinanza si nega e si supera quella vulgata che,
da De Sanctis fin dentro le più squisite letture strutturaliste, li
volle invece contrapporre; Contini, nelle pure celeberrime pagine dei
Preliminari, denunciava una totale assenza di «capacità riflessiva» o
addirittura «speculativa» nel poeta nativo di Arezzo. La ricerca di
Geri, di lunga lena (almeno ventennale), si inserisce solidamente in un
giudizio storiografico che, da Feo a Quondam, ha da tempo valorizzato la
capacità di intervento politico di Petrarca, con buona pace dell’idea
del cortigiano e dell’umanista.
Questo libro, però, fa un deciso passo in più, non dico revisionista ma
sicuramente intellettualmente coraggioso, e che avvicino volentieri a
uno dei saggi più importanti usciti su Dante negli ultimi anni, Dante in
conclave di Gian Luca Potestà (2021). Qui la già ricordata epistola ai
cardinali italiani veniva per la prima volta inserita in un circuito
comunicativo concreto; questo permetteva di cogliere l’intenzione di
orientare i comportamenti dei prelati attraverso un network incentrato
sul cardinale ghibellino Napoleone Orsini. Anche la lettera di Petrarca
circolò ampiamente in una versione appena differente (ma non nella
sostanza) da quella poi confluita nel nono libro delle Senili, ma
soprattutto viene còlta come un « momento » preciso di discussione
all’interno della Curia papale intorno al problema del ritorno del papa
a Roma. Il poeta rispondeva concretamente al partito francese, in
particolare all’ambasciatore Ancel Choquart, che in un discorso del 1367
aveva interpretato il monito di Cristo a San Pietro (il celebre «Domine,
quo vadis ?» ) come un invito a Urbano V a non farsi martirizzare; per
Petrarca (come era stato per Dante), proprio la prospettiva del martirio
tende a sacralizzare il ritorno della sede petrina a Roma.
Attenzione, però: come sarà poi per Caterina da Siena, tornare a Roma si
concatena a una esigenza di riforma ecclesiastica (sulla quale ha tanto
insistito un’altra vulgata storiografica, che volle fare di Petrarca un
cripto-protestante, come il mitico editore delle lettere di Cola di
Rienzo, Paul Piur) che coinvolge anche il comportamento dei cardinali,
come ad esempio la loro concreta ubicazione nelle chiese romane,
suburbicarie e non, ridotta a pura finzione durante il papato
avignonese. Le reazioni del partito francese non si fecero attendere: il
frate e teologo Jean de Hesdin argomentò che la città eterna era abitata
da un popolo crudele, la cui ferocia rimontava all’epoca classica
(secondo una linea interpretativa risalente ad Agostino); Petrarca
rispose con una celebre Invectiva nella quale, da una parte, ribadiva
l’argomentazione del martirio degli Apostoli come fondamento della
santità di Roma, dall’altra contro-attaccava mettendo alla berlina un
popolo – quello francese – dotato «di un’eccellente opinione di sé» che
però non era per nulla fondata su dati reali: rispetto al catalogo degli
«eroi» romani (i Cesari, gli Scipioni, gli Emili…) i francesi potevano
esibire Ponzio Pilato («gallo fu il flagellatore» di Cristo); e anche i
grandi nomi dell’intellighenzia universitaria parigina in realtà erano
italiani (da Pietro Lombardo a Tommaso d’Aquino)!
Il duello intorno al ritorno di Urbano è noto, ma nel saggio di Geri è
il punto di precipitazione di una paziente rilettura della biografia
petrarchesca, divisa per tronconi che seguono i diversi papati con cui
Petrarca entrò in contatto: pur rifiutando esplicitamente il ruolo di
segretario apostolico, tale collaborazione permise al poeta il
sostentamento e la libertà. Il punto di vista assunto da Dionisotti in
Chierici e laici viene portato alla sua naturale conseguenza: l’opinione
di Petrarca deve essere letta, nella lunga durata, anche come una
opinione «curiale», interna alla Chiesa e in particolare legata al
dibattito ecclesiastico del periodo avignonese; questa posizione si
solidifica con argomenti nuovi, ma rimane costante, e cioè romana,
antifrancese, riformatrice.
Geri è capace di affiancare la rilettura dei grandi pezzi della polemica
(come dello scambio, pure se monco, con Cola di Rienzo) con una puntuale
disamina dell’auto-promozione di Petrarca allo scopo di acquisire
benefici economici (rivelatori di una precisa conoscenza dei meccanismi
di curia) o di farsi conoscere come autore, facendo entrare anche la
poesia «d’invenzione» nel circuito curiale, per infine collaborare come
umanista con le varie biblioteche dei papi e il loro incremento: alla
morte del poeta, Gregorio XI richiese al cardinale diacono di
Sant’Angelo di procurarsi l’opera petrarchesca, compresi i testi più
polemici.
A questo segno inequivocabile di «curialità», bisogna aggiungere che il
punto di non ritorno di questa vera e propria «visione del mondo» non è
più la vicinanza con le signorie ma l’acquisto di Avignone per
ottantamila fiorini da parte di Clemente VI, segno inequivocabile
dell’abbandono di Roma e anti-modello rispetto a una Chiesa che Petrarca
voleva sì moralmente ineccepibile e onorata, ma anche «magnifica».
E qui il Petrarca di Lorenzo Geri torna ad allontanarsi da quel Dante
Alighieri che la voleva radicalmente povera, e anticipa invece il
Rinascimento e la sua elegante, ma controllata, voluttà.
(*) Antonio Montefusco, medievista, è docente di Letteratura latina
medievale e umanistica all’Università Ca’ Foscari di Venezia e
Professore Ordinario di Letteratura medievale all'Università della
Lorena, in Francia
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Antonio Montefusco |
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